Dott.ssa Elisabetta Tonon
Il compito che, negli ultimi
tempi, il Servizio Psichiatrico Pubblico pone al privato sociale è quello della
cura della patologia mentale al di fuori dei contesti ospedalieri, soprattutto
all’interno di quelle strutture intermedie che sono le comunità terapeutiche.
Ciò ci conduce a riflettere
riguardo la necessità di una mediazione ed un’integrazione tra i mezzi del
sistema sanitario pubblico e i mezzi degli enti del privato sociale attraverso
un uso consapevole della multidisciplinarietà. Tenendo in considerazione
l’epoca storica ed economica in cui stiamo operando, sembra sempre più
indispensabile considerare e integrare nella cura della patologia mentale
grave, operatori diversi con mezzi terapeutici e tipi di intervento diversi.
Colmare le mancanze economiche
attuali attraverso una semplice erogazione di servizi assistenziali, come se il
lavoro per la salute mentale in comunità si basasse su una distribuzione di
pasti caldi e un contenimento tra quattro mura, implica non riconoscere il
valore terapeutico della relazione tra paziente e operatore e tra paziente e le
altre persone che popolano la sua realtà sociale, le quali si sviluppano nel
tempo ed inizialmente in un luogo che garantisce comprensione, cura ed
evoluzione. Come ci insegna Racamier (1973) “cambiare muri non basta: è
necessario metterci della sostanza, far si che il nostro pensiero e quello dei
nostri pazienti vi trovino pienamente posto”.
Poter lavorare, sulla base delle
risorse a disposizione, andando oltre la logica della custodia, è ancora
possibile, ma solamente attraverso un lavoro di condivisione tra enti
differenti. Cosicché si possa costituire un gruppo di lavoro (composto da componenti
dell’ente pubblico e del privato-sociale) che opera condividendo concetti di
patologia mentale e di cura e agendo attraverso “interventi combinati”,
compiuti in maniera differenziata, caso per caso, contrapponendosi così ad una
risposta massificata e globale che non fa altro che creare dipendenza e
cronicità.
All’interno di questo contesto di
collaborazione terapeutica è indispensabile chiarire e condividere cosa quindi
intendiamo per patologia mentale e qual è il compito che gli operatori dei vari
settori e servizi si devono far carico nella direzione della cura.
Non si tratta di utilizzare
specifiche teorie sulla terapia della patologia mentale grave, ma si tratta di
individuare dei riferimenti che ci permettono di non perdere l’orientamento
soprattutto nei momenti più critici ed incerti.
Per chi si confronta
quotidianamente con la patologia mentale grave, in particolar modo nelle
comunità terapeutiche, riconosce come la patologia stessa non si presenti
attraverso un semplice ed organizzato susseguirsi di sintomi ma come
un’esperienza di sopravvivenza psichica caratterizzata da un’identità
estremamente fragile che porta la persona a vivere fuori di sé, rinunciando
così ad una propria vita psichica e sociale, rinunciando ad attribuirsi un
proprio posto nel mondo.
Il CONCETTO DI CURA
Allora, la modalità relazionale,
lo spazio e il tempo condivisi con il paziente, assumono un significato
determinante nella funzione curante.
In questa prospettiva curare
significa offrire “una cura di tipo ambientale” che metta a disposizione un
contesto nel quale la persona abbia la possibilità di vivere con gli altri
relazioni quotidiane, significative, “sufficientemente buone” (Winnicot, 1971),
che possano favorire un’evoluzione psichica e sociale, un’evoluzione che permetta
di “costruire le condizioni per una riabitabilità della realtà” (Stoppa, 2006).
Ma ciò è possibile solamente se
il progetto terapeutico in questione rappresenta una scelta condivisa: da parte
nostra, da parte del servizio pubblico, da parte del paziente, da parte della
sua famiglia. Le ammissioni in comunità ad esempio,dovrebbero essere preparate
con cura per preparare il terreno necessario ad un alleanza di lavoro tra il
paziente e l’operatore; dovrebbero essere il frutto di un processo, di un contratto
di reciproca collaborazione.
L. appena arrivato in struttua,
era piuttosto diffidente e angosciato dalla presenza del gruppo, così
trascorreva la maggior parte del tempo fuori dalla struttura. Erano gli altri
ospiti e gli operatori che, uscendo, riportavano a L. ciò che succedeva dentro,
descrivendo le attività quotidiane e i luoghi dove si svolgevano. L’andirivieni
di pazienti e operatori, dentro e fuori,
e l’accettazione dell’intero gruppo riguardo la posizione di L., hanno permesso
a L. di familiarizzare progressivamente con il contesto di cura, facendoli
intendere che la struttura era disponibile ad accoglierlo per come si sentiva,
ed era capace di accompagnarlo al suo interno in base al tempo che gli era
necessario. La struttura rimaneva presente,viva e solida nonostante l’iniziale
rifiuto di L. Ciò ha permesso al paziente di fidarsi e di affidarsi portando la
propria sofferenza in un luogo dove era possibile condividerla con altri
all’interno di un progetto che è riconosciuto dal paziente stesso e da tutti
gli operatori coinvolti.
Ai fini della cura è necessario
prima di tutto che gli operatori possano costruire con il paziente un luogo
abitabile, condiviso, percorribile, che con il tempo si caratterizzi di
particolari significati e sia capace di assumere forme diverse a seconda delle
necessità e dei ritmi degli abitanti.
PERCHE' E' TERAPEUTICA UNA
COMUNITA'?
La comunità terapeutica deve
essere dunque quel tipo di contesto terapeutico in grado, per le sue
caratteristiche di stabilità e familiarità, di accogliere la sofferenza
psichica paralizzante dei pazienti e indirizzarla gradualmente nel flusso
vitale delle relazioni con gli altri. Lo strumento principale che abbiamo a
disposizione all’interno di questo contesto è insito nella relazione che si sviluppa
tra operatori e pazienti attraverso il dispiegarsi ritmico e rassicurante della
quotidianità della struttura che accoglie. Lo scopo perciò non è cancellare ad
ogni costo i sintomi e le crisi ma stabilire tra il paziente e gli operatori
una relazione investita da entrambe le parti che sia in grado di condividere
gioie ma anche di reggere le frustrazioni, i dolori e i limiti che ogni
relazione porta con sé. Significa perciò sviluppare una relazione terapeutica
nella quale non è la patologia (delirio, violenza, autismo) che è posta in
primo piano ma il vissuto interiore di tali pazienti nella quotidianità della
vita. Una comunità può dirsi terapeutica se permette di essere investita (di
affetto, speranze, aspettative) da chi la abita, privilegiando ciò che vi è di
comune tra colui che è ospite e colui che ospita (che è l'umanità). Significa
dunque, alleggerire l’aspetto terapeutico della struttura senza per questo
negarlo. Il fatto di introdurre in tali contesti terapeutici nuove possibilità
operative, che sono state definite “operatività intermedie” cioè operatori
sociali, educatori, psicologi, privi di “etichette e divise” professionali,
significa valorizzare le specifiche competenze di ciascuno nella relazione
quotidiana con il paziente, ponendosi ad una giusta distanza (“né troppo
vicino, né troppo lontano”). La giusta distanza dell’operatore nella comunità
si esplica non solo nella relazione diretta con il paziente, ma anche nella
relazione con l'esterno, con i servizi psichiatrici esterni.
Gli operatori di cooperativa che
lavorano nelle comunità non provengono dalle istituzioni, ma sono in costante
contatto con queste ultime. Operano all’interno di strutture che sono
differenti e separate dal reparto ospedaliero, dall’ambulatorio, dal domicilio,
permettendo così all’ospite di instaurare un’inedita relazione terapeutica
all’interno di un luogo altro che offre al tempo stesso protezione e
sollecitazione.
Ciò implica, per l’operatore, la
possibilità di creare un clima di autentica spontaneità nell’attuare quella
funzione terapeutica che consiste nel ripristinare le coordinate
spazio-temporali della vita del paziente, nel collegare realtà e mondo
psichico, attraverso l’uso della quotidianità delle cose e delle relazioni.
L’ATTIVITA' QUOTIDIANA
L’attività quotidiana serve a
mediare tra operatori e pazienti, diminuendo la pericolosità dell’incontro e
avvicinandosi al mondo psichico del paziente, spesso apparentemente
incomprensibile e distante restituendo al paziente stesso un senso di coesione,
continuità e vitalità.
Le azioni quotidiane, sia
relative all’organizzazione della casa, sia relative alla cura di sé e delle
proprie cose, non necessitano di verbalizzazione ma permettono all’operatore di
creare uno spazio attraverso cui avvicinarsi e conoscere più profondamente il
paziente.
Una delle funzioni degli
operatori è proprio favorire la formazione di quell’”area transizionale”
(Winnicot, 1971) intesa come spazio di incontro che non è né del paziente, né
dell’operatore ma che è qualcosa che appartiene ad entrambi, in cui
riconoscersi ed intendersi. Il lavoro di cura si colloca all’interno di questo
confronto quotidiano tra operatori e pazienti, in cui non si impone un percorso
di cura, ma lo si propone e lo si condivide.
La quotidianità della vita di
comunità assume perciò il colore, il sapore, e l’odore degli abitanti che vi ci
abitano (operatori compresi), strutturando così un luogo neutro, intermedio
rispetto ai singoli pazienti e ai singoli operatori ma anche rispetto alla
realtà sociale esterna e rispetto alla istituzione dell’azienda ospedaliera.
La comunità diventa così un
laboratorio di vita entro cui il soggetto può riprendere contatto con un Altro
diverso da quello terrifico, abbandonico, o invasivo che ha incontrato nel
corso della sua esistenza. E’ un luogo di ricostruzione di un rapporto più
sostenibile con l’Altro, animato da una fiducia che riapre al soggetto la
possibilità di una vita articolata su nuovi legami con altri significativi per
lui. Perché ciò diventi possibile, la comunità deve fornire inoltre e prima di
tutto qualcosa di concreto che crei le condizioni di accesso alla parola. Rimanere
nella realtà della quotidianità, costruita insieme al paziente, permette di
comunicare utilizzando un linguaggio comune, comprensibile da entrambe le parti.
E’ più con gli atti, che con le
parole o i farmaci, che è possibile veicolare al paziente messaggi importanti.
Racamier (1973) li definiva “gli atti parlanti”, gesti e fatti capaci di
sintonizzarci sulla lunghezza d’onda del paziente e aprire una finestra sul suo
mondo interno.
Preparare un pranzo insieme a D.
ha permesso a D. di parlare di una situazione che, nell’ultimo periodo, lo
angosciava molto. Il piatto preparato era il piatto che spesso D. mangiava a
casa insieme alla mamma, la quale si era da poco trasferita in casa di riposo.
Gli ingredienti, il sapore, e il profumo del piatto preparato insieme
all’operatrice, hanno dato la possibilità a D. di “maneggiare” e “masticare”
qualcosa di personale che non riusciva ad affrontare da solo e attraverso una
conversazione diretta. La relazione con l’operatrice, attraverso questo
prezioso momento di vita quotidiana, ha reso il vissuto di D. accessibile e più
digeribile per lui, veicolando il messaggio che anche se la mamma si era
allontanata aveva lasciato qualcosa di sé in D., di cui ora se ne poteva
avvalere lei e tutto il gruppo.
La condivisione della
quotidianità, delle attività con i pazienti, va intesa in senso letterale:
dividere-con, cioè tendere a una possibile distribuzione dei compiti tra operatori
e pazienti lungo un continuum che va dall’affiancamento più o meno consistente
alla responsabilizzazione di ciò che si fa per sé e gli altri. Anche fare
qualcosa di sbagliato, come acquistare un prodotto che non va bene, dimenticare
un incontro, è un’utile esperienza se seguita da una discussione e dalla
possibilità di riprovare. Terapeutica è proprio la possibilità di mettersi e
ri-mettersi in gioco: mettere a disposizione di un contesto-progetto comune
parti di sé, per vederne restituite di altre, intrise della presenza di un
Altro non persecutorio.
L'EQUIPE OPERATIVA
A differenza di un tradizionale
contesto ospedaliero, l’operatore di comunità agisce nello stare e nel fare
“con”, piuttosto che “per” il paziente.
Lo “stare con” dell’operatore
fornisce al progetto terapeutico una risorsa molto importante: un bagaglio di
conoscenze ed esperienze che ritraggono il paziente nelle sue vesti più intime
ed autentiche; d’altra parte però lo “stare con” implica anche un forte
coinvolgimento dell’operatore e dei notevoli rischi di rottura della relazione
terapeutica. Ciò che rende meno invasiva e persecutoria la relazione
terapeutica si basa sulla capacità degli operatori di lavorare insieme seguendo
un orientamento comune nella cura, risultato continuo di un confronto di gruppo
che si produce nelle riunioni periodiche di equipe. E’ infatti proprio sulla
base di una lettura condivisa degli avvenimenti istituzionali, che gli
interventi degli operatori possono trovare un orientamento. L’equipe
comunitaria, in quanto insieme in cui gli operatori si riconoscono, funziona
come istanza capace di ridurre la frammentazione degli interventi nel gruppo. Solo
se l’equipe funziona per gli operatori che la costituiscono, allora l’atto del
singolo operatore può assumere per il paziente un valore terapeutico non legato
all’arbitrio di un singolo, né alla semplice esecuzione di un comando.
E’ necessario pertanto creare e
mantenere un clima familiare e affettivo (tipico di una casa), facendo molta
attenzione a preservare quel setting terapeutico, caratterizzato da procedure,
regole e confini, funzionali alla convivenza e alle finalità terapeutiche.
Nella comunità terapeutica
dunque, le fondamenta della cura sono la vita quotidiana nel gruppo e la realtà
condivisa dello spazio comunitario.
Lo spazio comunitario è uno
spazio vissuto e perciò è uno spazio “umanizzato”, in cui ci sono confini che
permettono di sentirci “protetti” e dove l’intimità trova il suo posto. Lo
spazio comunitario si propone di creare luoghi dell’abitare, in contrapposizione
a luoghi anonimi, che distruggono i legami.
Siamo consapevoli del fatto che
la caratteristica principale dell’abitare non si basa solamente sulla funzione
di contenere ciò che sta dentro, ma si basa anche sulla sua funzione di
collegare ciò sta fuori.
RAPPORTO CON LA REALTA' SOCIALE
Spesso la funzione di ponte con
ciò che sta fuori dalla comunità, la compie l’operatore, che nella sua
posizione intermedia (tra paziente e realtà esterna e tra paziente ed
istituzione) può accompagnare il paziente nella relazione con ciò che è Altro.
Consideriamo importante saper trasmettere al paziente, oltre al messaggio di
accoglienza e di accettazione, anche il messaggio che la vita nella comunità
terapeutica non costituisce l’unico aspetto del suo percorso evolutivo, ma che
il progetto terapeutico ha bisogno della collaborazione di altri interlocutori
significativi (operatori del territorio, animatori, famiglia, assistente
sociale, cittadini,ecc), che poi successivamente, nel momento della dimissione,
avranno un ruolo di riferimento e di possibile sponda nei momenti di incertezza
e difficoltà.
Il momento delicato della
dimissione è possibile solamente se, per il paziente, non rappresenta un salto
nel vuoto ma una tappa necessaria di un percorso terapeutico che non si
interrompe ma assume un'altra forma e si avvale di altri mezzi.
E’ necessario mantenere con la
società, attraverso il servizio psichiatrico territoriale, una collaborazione
strutturata nella cura dei pazienti, in modo che ogni curante sia coinvolto in
una scena terapeutica che si riferisca ad un progetto di cura condiviso. Si
tratta di mantenere, allo stesso tempo, la coerenza di un progetto comune e la
specificità del ruolo di ognuno creando dei ponti strutturati tra le diverse
relazioni di cura, che agevolano la comunicazione e la continuità dei rapporti
terapeutici. Ciò permette che i diversi momenti del percorso terapeutico
(visita con lo psichiatra, con l’assistente sociale, con i familiari, con il
vicinato, ecc) non siano vissuti con un senso di dispersione ma come dei
momenti coerenti di una stessa storia: quella del paziente.

Nessun commento:
Posta un commento