La prima azione di
JEAN PHILIPPE PINEL(1745-1826), quella per cui egli viene tuttora
ricordato nell'iconografia tradizionale, fu liberare i malati di Bicêtre
dalle catene. Un gesto emblematico, anche se egli discettò poi a lungo
sulla utilità e sui limiti della contenzione dei pazienti psichiatrici.
Particolare attenzione era posta per le misure coercitive che potevano
essere attuate dagli infermieri solo su prescrizione medica. Per evitare
indebite contenzioni, il Regio Decreto del 16 agosto 1909 n. 615
disponeva che il regolamento corredato dalle sanzioni amministrative e
penali (artt. 371, 375, 386, 390, 391 e 477) fosse esposto negli uffici
(questa norma rievocava quella della Legge 300/70 sul codice
disciplinare).
Al capo IV l’art.60 recita:
“Nei
manicomi debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente
eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere
usati se non con l'autorizzazione scritta del direttore o di un medico
dell'istituto. Tale autorizzazione deve indicare la natura del mezzo di
coercizione. L'autorizzazione indebita dell'uso di detti mezzi rende
passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria L.300 a
L.1.000 , senza pregiudizio delle maggiori pene comminate dal codice
penale."
La legge 36
consentì le contenzioni solo nei manicomi pubblici e purché autorizzate
dal medico (articolo 60 R.D. 16 agosto 1909, n. 615). Anche dopo la
L.180, rimaneva l’obbligo della vigilanza. Non bisognava solo curare ma
anche custodire per l’incolumità e la salvaguardia del paziente e degli
altri degenti nonostante il termine di "pericolosità" fu abolito e
ricondotto alle più svariate situazioni sulle quali si esercita
abitualmente la competenza dell'ordine pubblico. Rimane a tutt'oggi
reato, l’abbandono di incapace e le lesioni personali violente.
L’icona
della pratica contenitiva in epoca pre-farmacologica era la camicia di
forza. L'ingresso degli psicofarmaci nei trattamenti psichiatrici non ha
eliminato contenzioni e isolamento né modificato significativamente la
situazione. Situazioni simili dal punto di vista clinico e dei
comportamenti della persona ricoverata trovano risposta diversa a
seconda dei contesti istituzionali e degli operatori.
Tenere
le porte dei reparti chiuse a chiave, legare le persone e tenerle in
isolamento per minuti, ore, giorni, è una scelta che dipende dalle
culture professionali locali, dalle caratteristiche personologiche degli
infermieri e dei medici, dalle relazioni interpersonali e di potere
all’interno delle squadre che si avvicendano nei turni di servizio, dai
rapporti fra medici e non-medici negli staff.
In
caso di TSO il Reparto dovrebbe permettere il trattamento anche al di
là della volontà del paziente, quindi non dovrebbe "fuggire" e se fugge
vuol dire che il personale non ha svolto funzioni terapeutiche sulle 24
ore in presenza di una sospensione della volontà. Un reparto che
ricovera TSV e TSO dovrebbe essere ovviamente un Reparto con un buon
numero di personale. Un utente che fugge ed è in TSV va considerato
dimesso, solo nel caso la fuga venisse interpretata come un improvviso
riacutizzarsi della malattia vanno informati le Forze dell'ordine e il
CSM di competenza, se è in TSO il giudice tutelare.
Si
sta proponendo, al Ministero della Salute, di adottare un progetto
nazionale di ricerca sullo stato della questione contenzioni
nell'assistenza psichiatrica. Il progetto dovrà raccogliere dati su
tutto il territorio nazionale circa l’esistenza di regolamenti scritti
adottati dai DSM, il numero, la durata, le motivazioni delle
contenzioni, le ragioni degli infermieri e dei medici, il numero e la
qualità degli incidenti a carico del paziente e del personale
conseguenti alla gestione della contenzione, i vissuti di chi subisce i
trattamenti. (SIRP)
“Quando
gli infermieri mi massacravano di botte con la pretesa di curarmi, io
mi rifugiavo nella mia seconda ombra, e non sentivo il dolore".
Ecco
una frase come tante altre, ascoltata dalla voce di un ex internato nel
manicomio di Gorizia nel film di Silvano Agosti dal titolo, appunto,
"La seconda ombra", proiettato nel corso del convegno di Trento. Una
frase che rivela la brutalità e gli orrori perpetrati a persone
internate nei manicomi, costituiti da cancelli, inferriate, porte e
finestre sempre chiuse; luoghi dove catene, lucchetti e serrature
imperavano sovrani. Luoghi dove le "cure" più comuni erano la
segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, il bagno
freddo, l’elettroshock, la lobotomia (asportazione dei lobi parietali,
cioè di una parte del cervello). Luoghi, infine, dove le giornate
trascorrevano in immensi saloni tra il fumo delle sigarette, i canti e
le preghiere imposte dalle suore.
Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina
Vedi anche:
4. La psicochirurgia
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia
Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi
terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La
piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli
psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

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