lunedì 16 giugno 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La contenzione

La prima azione di JEAN PHILIPPE PINEL(1745-1826), quella per cui egli viene tuttora ricordato nell'iconografia tradizionale, fu liberare i malati di Bicêtre dalle catene. Un gesto emblematico, anche se egli discettò poi a lungo sulla utilità e sui limiti della contenzione dei pazienti psichiatrici. Particolare attenzione era posta per le misure coercitive che potevano essere attuate dagli infermieri solo su prescrizione medica. Per evitare indebite contenzioni, il Regio Decreto del 16 agosto 1909 n. 615 disponeva che il regolamento corredato dalle sanzioni amministrative e penali (artt. 371, 375, 386, 390, 391 e 477) fosse esposto negli uffici (questa norma rievocava quella della Legge 300/70 sul codice disciplinare).
Al capo IV l’art.60 recita:
“Nei manicomi debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l'autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell'istituto. Tale autorizzazione deve indicare la natura del mezzo di coercizione. L'autorizzazione indebita dell'uso di detti mezzi rende passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria L.300 a L.1.000 , senza pregiudizio delle maggiori pene comminate dal codice penale."
La legge 36 consentì le contenzioni solo nei manicomi pubblici e purché autorizzate dal medico (articolo 60 R.D. 16 agosto 1909, n. 615). Anche dopo la L.180, rimaneva l’obbligo della vigilanza. Non bisognava solo curare ma anche custodire per l’incolumità e la salvaguardia del paziente e degli altri degenti nonostante il termine di "pericolosità" fu abolito e ricondotto alle più svariate situazioni sulle quali si esercita abitualmente la competenza dell'ordine pubblico. Rimane a tutt'oggi reato, l’abbandono di incapace e le lesioni personali violente.
L’icona della pratica contenitiva in epoca pre-farmacologica era la camicia di forza. L'ingresso degli psicofarmaci nei trattamenti psichiatrici non ha eliminato contenzioni e isolamento né modificato significativamente la situazione. Situazioni simili dal punto di vista clinico e dei comportamenti della persona ricoverata trovano risposta diversa a seconda dei contesti istituzionali e degli operatori.
Tenere le porte dei reparti chiuse a chiave, legare le persone e tenerle in isolamento per minuti, ore, giorni, è una scelta che dipende dalle culture professionali locali, dalle caratteristiche personologiche degli infermieri e dei medici, dalle relazioni interpersonali e di potere all’interno delle squadre che si avvicendano nei turni di servizio, dai rapporti fra medici e non-medici negli staff.
In caso di TSO il Reparto dovrebbe permettere il trattamento anche al di là della volontà del paziente, quindi non dovrebbe "fuggire" e se fugge vuol dire che il personale non ha svolto funzioni terapeutiche sulle 24 ore in presenza di una sospensione della volontà. Un reparto che ricovera TSV e TSO dovrebbe essere ovviamente un Reparto con un buon numero di personale. Un utente che fugge ed è in TSV va considerato dimesso, solo nel caso la fuga venisse interpretata come un improvviso riacutizzarsi della malattia vanno informati le Forze dell'ordine e il CSM di competenza, se è in TSO il giudice tutelare.
Si sta proponendo, al Ministero della Salute, di adottare un progetto nazionale di ricerca sullo stato della questione contenzioni nell'assistenza psichiatrica. Il progetto dovrà raccogliere dati su tutto il territorio nazionale circa l’esistenza di regolamenti scritti adottati dai DSM, il numero, la durata, le motivazioni delle contenzioni, le ragioni degli infermieri e dei medici, il numero e la qualità degli incidenti a carico del paziente e del personale conseguenti alla gestione della contenzione, i vissuti di chi subisce i trattamenti. (SIRP)
“Quando gli infermieri mi massacravano di botte con la pretesa di curarmi, io mi rifugiavo nella mia seconda ombra, e non sentivo il dolore".
Ecco una frase come tante altre, ascoltata dalla voce di un ex internato nel manicomio di Gorizia nel film di Silvano Agosti dal titolo, appunto, "La seconda ombra", proiettato nel corso del convegno di Trento. Una frase che rivela la brutalità e gli orrori perpetrati a persone internate nei manicomi, costituiti da cancelli, inferriate, porte e finestre sempre chiuse; luoghi dove catene, lucchetti e serrature imperavano sovrani. Luoghi dove le "cure" più comuni erano la segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, il bagno freddo, l’elettroshock, la lobotomia (asportazione dei lobi parietali, cioè di una parte del cervello). Luoghi, infine, dove le giornate trascorrevano in immensi saloni tra il fumo delle sigarette, i canti e le preghiere imposte dalle suore.


Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia 




Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

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