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lunedì 12 gennaio 2015

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano - Francesco Stoppa (Parte 7)

Motivi organizzativi ci inducono ad interrompere, momentaneamente, la pubblicazione sul nostro blog.
Ci scusiamo per l'inevitabile disagio e vi ringraziamo perché continuate a seguirci,
nel frattempo... buone giornate, buon lavoro e buona assistenza!





La quotidianità è il dispositivo primo su cui costruire il transfert col soggetto psicotico nel lavoro istituzionale. La relazione di cura, prima di essere un investimento diretto sul terapeuta  cosa, come sappiamo, assai delicata quando non pericolosa nella cura dello psicotico -, va strutturata con l'ambiente, il luogo. Una considerazione che ci permette di aggiungere che la quotidianità è una pratica dello spazio condiviso.
Michel de Certeau - un pensatore che annovera tra le sue opere un libro che si intitola, per l'appunto, L'invenzione del quotidiano - diceva che esistono da sempre delle "pratiche ideatrici di spazio". Anche qui vale quanto detto sopra per il concetto di realtà, non c'è, nel campo dell'umano, lo spazio in quanto tale, ma un lavoro che continuamente facciamo per creare spazi, forme di abitabilità, di transitabilità, di incontro. Forme dinamiche, aperte. Quanto a noi, non si tratta semplicemente di sfruttare bene i luoghi - comunità, centri diurni, residenze, reparti, centri crisi- per quello che già offrono, si tratta, ancora di più, come sostiene De Certeau, di aprirli ad altro. Che cosa vuol dire?
In fondo tutto ciò non è molto diverso da quello che tanti nostri pazienti fanno tutti i giorni. Camminano, senza meta, su e giù per la città, oppure percorrono a piedi il territorio che collega due siti limitrofi, o coi loro passi ridisegnano il perimetro esterno della struttura. Si tratta di operazioni assai meno "croniche" di come possiamo pensare noi, che le giudichiamo delle abitudini regressive e puramente ripetitive, quando invece significano altro. Possiamo intenderle come un equivalente del disegno infantile. Siamo infatti di fronte a uno studio degli spazi, una mappatura fatta col proprio corpo anzichè con la matita, e su luoghi reali invece che su di un foglio, ma ciò che è veramente importante è che il tentativo di dilatazione del sito in cui è costretta l'esperienza del soggetto. A partire dal proprio corpo, la cui consistenza sempre troppo fragile o troppo solida viene confermata e dinamizzata dal movimento ritmico dei passi e della stessa fatica fisica.
Dovremmo comunque intravedere in questo apparente vagabondaggio una tecnica di sopravvivenza urbana o istituzionale, grazie alla quale, spostandosi, il paziente ritrova il senso dei confini, che ricalca e varca, e trascina con sé, spinge oltre spostandole come sposta dalla sua fissità il proprio corpo, le linee e i confini del mondo. Il susseguirsi dei sua passi riattiva le potenzialità dinamiche e ritmiche dello spazio, altrimenti condannato a pietrificarsi come un luogo fisso, uguale a se stesso, autoreferenziale. Pensiamoci, il paziente, qui, è già al lavoro con noi, sempre che noi siamo al lavoro con lui, interessati, cioè, ad aprire il campo d'esperienza ad altro.
In effetti, cosa fa esistere, e respirare, una realtà? Cosa non la mortifica, ad esempio, o ne fa una prigione, un luogo invivibile? Cosa rende la quotidianità una dimensione abitabile all'uomo? La sua apertura ad altro. Cosa che ci pone la questione di come l'altro filtri nelle nostre strutture, di come teniamo in gioco ciò che fa da terzo alla relazione terapeutica, spesso all'istituzione stessa. E' un po' come ritrovare nella funzione del limite la sua innata dimensione di soglia.

sabato 29 novembre 2014

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano - Francesco Stoppa (Parte 6)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Se ne deduce quindi che, più che essere degli zelanti funzionari della prova della realtà, di questa forca caudina che deciderebbe delle chance di adattamento della persona a standard di normalità decisi a tavolino, sarebbe il caso di provare ad essere dei buoni costruttori di realtà di prova. Proprio nel senso in cui, Correale, ad esempio, definisce le strutture residenziali come degli "apparati produttivi di quotidianità". Nel senso in cui, ancora, la comunità terapeutica è la cornice in cui, a certe condizioni, il soggetto realizza gradatamente la propria condizione umana di base, il suo essere uomo tra gli uomini, a contatto con oggetti che riconosce come familiari. La nostra soggettività necessita di questo fondo primario - che è psichico e allo stesso tempo già sociale - dove, ancor prima di dichiararsi come "io", con un'identità precisa, un nome, un ruolo, un'immagine da difendere, ognuno ritrova ed esplora la sua dimensione umana di base, la propria condizione qualunque (come dice Agamben), la cifra soggettiva pre-individuale (come invece sostiene un altro filosofo, Simondon). Questa dimensione dell'essere uomini la si raggiunge e la si rigenera costantemente, un giorno dopo l'altro, proprio nella quotidianità.
Bene, noi come la tuteliamo questa realtà di base, come permettiamo al paziente di ritessere questo tessuto primario dell'esperienza umana? Quando, ad esempio, gli poniamo troppo presto la questione del lavoro, insistiamo troppo presto perchè migliori la sua immagine personale o sociale, gli facciamo veramente un buon servizio? O stiamo prendendo una scorciatoia che serve a noi, perché è certamente più facile deviare la cura sui binari della normalità, del "così fan tutti", piuttosto che stare con il paziente, lì nel quotidiano, a costruire le condizioni di base dell'umanizzazione. La sua e la nostra. Ritorneremo più in la su questa impasse del controtranfert.
Ora chiediamoci, come intendere il concetto di quotidianità? E perché è così importante nella cura delle psicosi?

lunedì 17 novembre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 5)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Attenzione però, di quale realtà parliamo quando ne invochiamo la centralità nel processo di cura? E' un punto decisivo. Forse i meno giovani ricordano come un tempo - ma forse ancor oggi - si insistesse molto sul concetto di "prova di realtà" o si enfatizzasse il valore terapeutico del reinserimento sociale e del lavoro. Bene, in tale accezione, "realtà", a mio avviso, ha già un connotato indigesto, per l'esattezza assume un tratto superegoico: " Vediamo se il tuo delirio e le tue paure tengono davanti alla prova dei fatti.... Riconosci dunque la realtà, piegati alle sue esigenze!"; oppure (versione più politicamente corretta): "Vedrai che il buon incontro con la società, col mondo reale, la produttività, gli altri, scioglierà come neve al sole il tuo dolore e la tua paura della vita". Credo che qui possiamo capire bene la preoccupazione di Sassolas che gli operatori condividano una certa concezione della complessità delle cose e del loro compito, proprio per evitare di ristagnare in visioni ideologiche o ingenue della sofferenza psichica.
Dobbiamo prestare attenzione, nella cura della psicosi, a non tradurre immediatamente il fattore politico sul piano del reinserimento, della cosiddetta inclusione sociale del paziente. Il gradiente culturale, politico, del nostro lavoro passa per ben altro, per qualcosa si più radicale e basico: come costruire le condizioni per una riabitabilità della realtà, in particolare dei legami sociali. Realtà non è, il qui, "la società", il lavoro, la produttività, le regole, il buon adattamento, l'igiene, ma è un campo simbolico nel quale ciascuno è chiamato a realizzare la propria umanizzazione (antropopiesi direbbero gli antropologi). Come dice Anna si diventa uomini. E certamente lo psicotico è qualcuno che incontra particolari difficoltà in questa operazione che, per dirla qui in breve, ha a che fare con la possibilità di abitare in termini sufficientemente creativi il proprio nome e il proprio corpo all'interno di una certa storia.

mercoledì 5 novembre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 4)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Cos'è la realtà?

Torniamo alla clinica. Dopo mezzo secolo di comunità terapeutica, di psicoterapia istituzionale, noi siamo in grado di affermare che la cura della psicosi grave è una cura di tipo ambientale che ha come suo primo obiettivo il ripristino delle condizioni che consentano al paziente di "sentirsi situato" nel mondo. In linea con Freud, che giudicava la psicosi come una perdita di realtà, Sassolas afferma che <<la realtà esterna è il cammino obbligato verso il quale dobbiamo passare per raggiungere la realtà interna del paziente>>, aggiungendo che proprio gli operatori rappresentano la cerniera tra realtà e mondo psichico.
Certo è un compito per niente facile, il nostro: lavorare a partire da una dimensione che si presenta enigmatica, invasiva, caotica (la realtà, appunto, che spesso il paziente cerca di abolire) per cercare di ripristinare in essa un certo ordine, che non vuol dire, innanzitutto, delle regole ma piuttosto un senso umano delle cose e delle relazioni: quel sentimento delle cose, quel quotidiano, di ciò che serve per diventare "uomini innanzitutto umanamente", di cui parlava Anna,
Ma che cos'è la realtà? E, questione decisiva, cosa gli operatori pensano che sia realtà? Di certo non è un dato naturale, è una costruzione umano, meno fissa e stabile di come solitamente ci sembra essere. Certo, la consapevolezza di questo fatto ci espone a un sentimento di fragilità ("cosa fa stare su il mondo?": capita che i bambini se lo chiedano), ma a ben vedere il fatto che la partita non sia mai chiusa, che il mondo sia un sistema aperto, insaturo, in parte almeno reinventabile, rappresenta la condizione che ci permette di  parlare di cura. Se è vero, come diceva Lacan, che dalla vita non si guarisce, è pur vero che il mondo è almeno parzialmente rimodellabile proprio perchè non ha una struttura troppo statica. Potremmo dire che ha uno statuto poetico, facendo con ciò riferimento a nulla di troppo romantico ma alla poiesis dei greci, che significa costruzione, invenzione, adozione.
Tutto ciò che della dimensione umana ci hanno insegnato filosofi come Hiddeger (l'uomo è chi genera il mondo) o psicoanalisti come Winnicott (si pensi al concetto di area transizionale, cioè a come il bambino entra nella realtà facendosela propria). Tutto ciò ci fa ben sperare che, a certe condizioni, la percezione della realtà nella psicosi sia un fatto reversibile e che essa si possa rendere ai suoi occhi assai più praticabile, abitabile, familiare.

La Cura Come Invenzione del Quotidiano (Parte3)

La Cura Come Invenzione del Quotidiano (Parte2)

La Cura Come Invenzione de Quotidiano (Parte1)

lunedì 28 luglio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: Epoca post-Basaglia

Dagli anni Ottanta ad oggi con la chiusura dei manicomi e lo sviluppo dell'autonomia professionale degli infermieri è mutato sia il concetto di assistenza in psichiatria sia il ruolo dell'infermiere nel percorso di cura.
Ce ne parla Claudia Giovannelli in questa ultima tappa attraverso la storia dell'assistenza psichiatrica. 
Ringraziamo Claudia per la sua disponibilità e collaborazione ed auguriamo a lei e a tutti gli infermieri buona 'estate' e buona assistenza!
Buona lettura!

Dopo la chiusura dei manicomi, gli infermieri vengono “liberati” anch’essi con i pazienti. Il processo di trasformazione istituzionale fu complesso e difficile, avvenne tra molteplici conflitti interni, in particolare tra gli infermieri che non si sentivano tutelati nel loro nuovo posto di lavoro e facevano fatica ad abbandonare il tradizionale ruolo di "custodi" per assumere/esprimere le potenziali capacità assistenziali nei nuovi processi di cura e riabilitazione.
Dopo la legge 180, forse per comodità, si preferì mantenere quello stigma che inquadrava ancora l’infermiere nel suo trascorso storico di custode. Nei nuovi posti di lavoro, avendo un ruolo ancora indefinito in termini di mansioni, l’infermiere era colui che sopperiva alle carenze del servizio e svolgeva ruoli e funzioni inferiori alle sue reali competenze, come quella degli amministrativi, degli autisti, dei portinai-custodi delle chiavi dei servizi, dei servitori delle altre figure professionali o, tuttalpiù e ancor più grave, l’infermiere più emergente e scaltro era colui che imitava goffamente il medico. Ecco che allora cominciammo ad appellarci alle Leggi e successivamente al mansionario che poco esplicitava i compiti in ambito psichiatrico. Il mansionario era l'unico documento a nostra tutela contro ogni abuso di mansioni inferiori ma allo stesso tempo ci castrava nel movimento espressivo della nostra crescita professionale.
Oggi l’infermiere si sta riappropriando di ampi spazi di autonomia e da una funzione di stampo custodialistico è transitato ad una di collaborazione e pianificazione dell'assistenza, pur non avendo cancellato definitivamente quello stigma che ogni tanto affiora e che ci pose sempre in una posizione di difesa.
In passato lo psichiatra era unicamente la figura che si poneva al centro del processo terapeutico, decideva e operava servendosi del supporto delle varie figure sanitarie, oggi la presa in carico è dell’equipe che, in maniera globale, crea una rete di interventi che chiama in gioco altre figure e persone esterne. Ci si proietta, quindi, a un modo di "prendersi cura" più articolato e completo.
L'operato degli infermieri in psichiatria si espleta in differenti luoghi e aree di intervento, sia istituzionali che sociali (SPDC, Centri di Salute Mentale, Centri Diurni, Comunità Terapeutiche, gruppi appartamento, domicilio del paziente, luoghi del sociale, istituzioni non psichiatriche, in aree formative, preventive, imprenditoriali, al mondo del cooperativismo, laboratori d'arte, alle sfere socio-culturali e transculturali). Si potrebbe dire che l'infermiere svolge un ruolo di mediatore tra la psichiatria e la comunità che deve accogliere, tra il paziente e il mondo al quale egli quotidianamente si relaziona.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 
8. L'avvento degli psicofarmaci 
9. La questione etica: elettroshock e psicochirurgia

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 14 luglio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La questione etica: elettroshock e psicochirurgia

Ancora oggi vengono usate pratiche terapeutiche invasive quali l'elettroschock e la psicochirurgia, stimolando così il dibattito etico sul rapporto costi/benefici del loro valore terapeutico.
Buona lettura!

Talvolta l'elettroshock potrà anche rappresentare un'ultima spiaggia, ma in realtà e' il segno della nostra impotenza terapeutica, che si trasforma in cieco accanimento verso la malattia mentale, passando obbligatoriamente attraverso la testa del paziente senza considerare la sua anima.
La questione etica in psichiatria diviene un delicato elemento di discussione specie se si accompagna a trattamenti che fanno dubitare il rispetto della dignità del paziente, come la terapia elettroconvulsivante e la psicochirurgia .
In entrambi i casi la questione morale è duplice: da un lato si obietta che si tratterebbe di interventi terapeutici violenti ed esproprianti che, più che indurre reali processi di guarigione, si limiterebbero ad alterare rudemente e grossolanamente i meccanismi di funzionamento cerebrale; dall'altro, si dice che, in ogni modo, la loro efficacia non è comprovata, mentre gli effetti collaterali a distanza di tempo sarebbero severi. Insomma, in entrambi i casi ci si troverebbe di fronte a cure non etiche, innanzitutto perchè "cattive" e, in secondo luogo, perchè violentemente manipolative e non rispettose dell'autonomia e della dignità del paziente. Tuttavia per quanto riguarda l'ETC, l'assunto che esso non sia efficace o serva solo episodicamente non è condiviso da molti psichiatri, che ritengono, anzi, che questa diffusa credenza sia più il portato delle campagne ideologiche degli anni Settanta che il risultato di una serena disamina della letteratura scientifica.
Gli stessi presunti danni sulla memoria del paziente e la violenza della cura sono ritenuti elementi sorpassati, legati a somministrazioni errate ed in assenza di anestesia generale. Recentemente anche il Comitato Nazionale di Bioetica, pronunciandosi sulla terapia ETC, sostanzialmente non ravvisa nel suo uso alcun problema etico specifico quando, e solo se, ovviamente, esso sia giustificato dalla stato dell'arte delle conoscenze scientifiche.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 
8. L'avvento degli psicofarmaci 



Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 30 giugno 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: L'avvento degli psicofarmaci

Dagli anni Cinquanta ad oggi gli psicofarmaci hanno creato una svolta nella assistenza psichiatrica, aprendo nuove possibilità, dibattiti, problematiche sia negli operatori della salute che negli utenti. Ce ne parla Claudia Giovannelli.
Buona lettura!

Nel 1952, dopo che Henri Laborit notò gli effetti psicologici di un nuovo anestetico, la clorpromazina, si decise di provare questo farmaco in pazienti schizofrenici. La terapia ebbe successo, e così ebbe inizio l'era del trattamento farmacologico delle malattie psichiatriche, dominato fino a quel tempo dagli interventi somatici finora descritti (vedi post precedenti) o psicologici (psicoanalisi e altre psicoterapie).
Prima gli ospedali psichiatrici erano il luogo dell'urlo. L’urlo ora rimaneva lì, nel petto, al fondo della gola. Noi non lo sentivamo. Eravamo tutti presi dal miracolo. Si potevano finalmente mettere da parte le camicie di forza, i letti di contenzione. Solo più tardi ci si rese conto che avevamo sostituito camicie di forza, fasce di contenzione con una camicia chimica.
La mente dei malati azzerata da anni di istituzionalizzazione, spesso ne fu ulteriormente annichilita. La loro sofferenza non cessò, cessarono le urla, il vociare, il bestemmiare.
Molti affermano che se non ci fosse stato l’avvento dei farmaci il processo di deistituzionalizzazione non si sarebbe mai attivato in quanto né l’individuo né la società erano pronti alla co-esistenza tra diversi. Il reingresso degli alienati nella società è stato possibile solo acquietando la voce della follia, mantenendo così l’ordine sociale.
Prima nei rapporti fra ricoverati e infermieri era questione di botta e risposta: da parte degli infermieri era una cattiveria aperta. Ora invece danno le punture e tutto finisce.
Si può rilevare che il successo terapeutico non è affatto mutato. Vittorino Andreoli afferma che i risultati di oggi, due secoli dopo, non sono maggiori o minori di quelli di Pinel. Ciò può spiegare che la follia manca ancora di una terapia specifica e ogni presidio è un semplice surrogato terapeutico, la maschera d’un effetto placebo. In questo caso la differenza tra i singoli presidi di cura è irrilevante e un bagno freddo o l’elettroshock o un recente ritrovato della farmacologia sono chiavi false di un ingresso alla follia che semmai avviene per combinazioni del momento casualmente indovinate, e dello stesso valore sia cha appartengono alla psichiatria contemporanea che a quella di Pinel.
 
Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 



Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 16 giugno 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La contenzione

La prima azione di JEAN PHILIPPE PINEL(1745-1826), quella per cui egli viene tuttora ricordato nell'iconografia tradizionale, fu liberare i malati di Bicêtre dalle catene. Un gesto emblematico, anche se egli discettò poi a lungo sulla utilità e sui limiti della contenzione dei pazienti psichiatrici. Particolare attenzione era posta per le misure coercitive che potevano essere attuate dagli infermieri solo su prescrizione medica. Per evitare indebite contenzioni, il Regio Decreto del 16 agosto 1909 n. 615 disponeva che il regolamento corredato dalle sanzioni amministrative e penali (artt. 371, 375, 386, 390, 391 e 477) fosse esposto negli uffici (questa norma rievocava quella della Legge 300/70 sul codice disciplinare).
Al capo IV l’art.60 recita:
“Nei manicomi debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l'autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell'istituto. Tale autorizzazione deve indicare la natura del mezzo di coercizione. L'autorizzazione indebita dell'uso di detti mezzi rende passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria L.300 a L.1.000 , senza pregiudizio delle maggiori pene comminate dal codice penale."
La legge 36 consentì le contenzioni solo nei manicomi pubblici e purché autorizzate dal medico (articolo 60 R.D. 16 agosto 1909, n. 615). Anche dopo la L.180, rimaneva l’obbligo della vigilanza. Non bisognava solo curare ma anche custodire per l’incolumità e la salvaguardia del paziente e degli altri degenti nonostante il termine di "pericolosità" fu abolito e ricondotto alle più svariate situazioni sulle quali si esercita abitualmente la competenza dell'ordine pubblico. Rimane a tutt'oggi reato, l’abbandono di incapace e le lesioni personali violente.
L’icona della pratica contenitiva in epoca pre-farmacologica era la camicia di forza. L'ingresso degli psicofarmaci nei trattamenti psichiatrici non ha eliminato contenzioni e isolamento né modificato significativamente la situazione. Situazioni simili dal punto di vista clinico e dei comportamenti della persona ricoverata trovano risposta diversa a seconda dei contesti istituzionali e degli operatori.
Tenere le porte dei reparti chiuse a chiave, legare le persone e tenerle in isolamento per minuti, ore, giorni, è una scelta che dipende dalle culture professionali locali, dalle caratteristiche personologiche degli infermieri e dei medici, dalle relazioni interpersonali e di potere all’interno delle squadre che si avvicendano nei turni di servizio, dai rapporti fra medici e non-medici negli staff.
In caso di TSO il Reparto dovrebbe permettere il trattamento anche al di là della volontà del paziente, quindi non dovrebbe "fuggire" e se fugge vuol dire che il personale non ha svolto funzioni terapeutiche sulle 24 ore in presenza di una sospensione della volontà. Un reparto che ricovera TSV e TSO dovrebbe essere ovviamente un Reparto con un buon numero di personale. Un utente che fugge ed è in TSV va considerato dimesso, solo nel caso la fuga venisse interpretata come un improvviso riacutizzarsi della malattia vanno informati le Forze dell'ordine e il CSM di competenza, se è in TSO il giudice tutelare.
Si sta proponendo, al Ministero della Salute, di adottare un progetto nazionale di ricerca sullo stato della questione contenzioni nell'assistenza psichiatrica. Il progetto dovrà raccogliere dati su tutto il territorio nazionale circa l’esistenza di regolamenti scritti adottati dai DSM, il numero, la durata, le motivazioni delle contenzioni, le ragioni degli infermieri e dei medici, il numero e la qualità degli incidenti a carico del paziente e del personale conseguenti alla gestione della contenzione, i vissuti di chi subisce i trattamenti. (SIRP)
“Quando gli infermieri mi massacravano di botte con la pretesa di curarmi, io mi rifugiavo nella mia seconda ombra, e non sentivo il dolore".
Ecco una frase come tante altre, ascoltata dalla voce di un ex internato nel manicomio di Gorizia nel film di Silvano Agosti dal titolo, appunto, "La seconda ombra", proiettato nel corso del convegno di Trento. Una frase che rivela la brutalità e gli orrori perpetrati a persone internate nei manicomi, costituiti da cancelli, inferriate, porte e finestre sempre chiuse; luoghi dove catene, lucchetti e serrature imperavano sovrani. Luoghi dove le "cure" più comuni erano la segregazione nei letti di contenzione, la camicia di forza, il bagno freddo, l’elettroshock, la lobotomia (asportazione dei lobi parietali, cioè di una parte del cervello). Luoghi, infine, dove le giornate trascorrevano in immensi saloni tra il fumo delle sigarette, i canti e le preghiere imposte dalle suore.


Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia 




Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 9 giugno 2014

L'ex asilo: ancora luogo di incontro e condivisione.



Ex asilo-monumentale. Grizzo, Montereale V.
Continua la collaborazione tra ‘La Selina’ ed il comune di Montereale Valcellina. L’amministrazione comunale ha messo a disposizione della nostra comunità una sala, presso l’ex asilo-monumentale. Uno spazio pubblico che continua, secondo la sua natura, ad essere aggregante ed educativo. Abbiamo a disposizione un calcetto, tavoli e giochi: un’ulteriore opportunità per stare assieme e conoscersi in modo diverso… riscoprendo anche talenti di quando eravamo più giovani! Questo spazio ci offrirà anche la possibilità di avviare nuovi laboratori, fare nuove conoscenze e rinsaldare quelle attuali.
Ringraziamo l'Amministrazione comunale di Montereale Valcellina ed in particolare l'assessore
alla cultura Maria Carla Santini per la disponibilità e collaborazione.

 Vedi anche:

lunedì 2 giugno 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: L'ergoterapia

Vita e lavoro all'interno dei manicomi.
Buona lettura!


Ex manicomio di S. Niccolò. Siena.
Al loro arrivo in ospedale i ricoverati, almeno quelli più poveri, venivano spogliati dei loro abiti, che venivano deposti nella fagotteria e restituiti poi all'uscita o venduti al momento della morte. La vita degli esordi era sancita da pochi momenti rituali religiosi o ricreativi, come la propagandistica passeggiata per la città, e da pochi momenti di cura rimasti essenzialmente immutati ancora agli inizi dell'Ottocento. La vita manicomiale era basata su regole di ferrea disciplina e comprendenti svaghi, ma soprattutto lavoro. Uno dei capisaldi dell’“educazione manicomiale” era costituito dal gioco di premi, punizioni, minacce attraverso il quale si sarebbe dovuto ristabilire la “sanità mentale”.
L’attuazione di questo complesso sistema educativo, volto ad instillare nei ricoverati principi di autodisciplina poteva trovare attuazione solo in un regime “paterno ed assoluto”, a capo del quale era posto il medico Direttore.
Fin dagli esordi le donne filavano la stoppa; con la nuova "terapia morale" le malate venivano impiegate, oltre che nella tessenda, nel guardaroba, nelle cucine e nella lavanderia, gli uomini nel lavoro agricolo e in attività operaie. Il lavoro a costo zero del paziente, viene elevato a rango di vera e propria cura ( una sorta di "Arbeit macht Frei" di hitleriana memoria..).
Gli alienati, classificati in base al loro comportamento, una volta entrati tendevano a non uscire dall'istituzione totale, che li poteva accogliere bambini e che guidava gerarchicamente e paternalisticamente il cammino di cura, di lavoro e di svago. I laboratori dei malati, i loro manufatti, le feste nel teatro, la biblioteca e le rare scampagnate facevano del manicomio una "macchina educativa" che inseriva l'ergoterapia nel lungo percorso di sofferenza. Il comportamento morale era oggetto di rigoroso controllo da parte degli infermieri terapeuti, che applicavano sul lavoro i rigidi principi che regolavano la società civile.
A cavallo dei due secoli, la teorizzazione dell'ergoterapia risolve un conflitto irrisolto tra pauperismo, recupero dell'emarginazione e nuova dimensione produttiva.
Calandoci nel vissuto di chi era ricoverato, ecco la testimonianza di una donna:
“Finché lavoravo le infermiere erano buone ma quando non lavoravo mi trattavano come una bestia. La mattina, quando mi alzavo, spesso mi sentivo svenire e dovevo restare a letto. E quelle mattine che non me la sentivo di lavorare le infermiere mi offendevano. Magari non picchiavano ma offendevano e le offese fanno più male delle botte. Mi facevano lavorare per forza ma pagare non è che mi pagassero: mi sfruttavano e basta.”

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina


Vedi anche: 

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia.

domenica 25 maggio 2014

la lettura del giornale



Ogni giorno acquistiamo il quotidiano. Una volta alla settimana però ci ritagliamo del tempo per leggerlo e commentarlo assieme, generalmente al giovedì, generalmente in 6/7 di noi.
La cosa bella è che, tenendoci aggiornati su ciò che accade nel mondo, si crea un’occasione per confrontarci, trovare soluzioni alternative e, spesso a partire da una notizia, affiorano ricordi e paragoni con situazioni analoghe vissute nella nostra vita o quando eravamo bambini. C’è chi è più appassionato di politica, chi di gossip; ad altri piace leggere l’oroscopo.
Di tanto in tanto ci sono notizie che ci paiono bizzarre, ad esempio tempo fa abbiamo letto che in un comune della nostra provincia, avevano letteralmente ‘sparato’ del profumo per coprire gli odori sgradevoli degli inceneritori, la cosa ci ha fatto sorridere perché ci è sembrata una risposta che, per così dire, stendeva un velo profumato sul problema, ma questo si sarebbe ripresentato poco dopo. …chissà se avrà funzionato… non ne abbiamo saputo più nulla.
Ciclicamente si ripresentano le solite notizie, state a vedere: tra poche settimane ci saranno i consigli sull’alimentazione estiva… ricca di acqua e… povera di grassi!
Con una certa regolarità appaiono anche notizie relative ai problemi legati al fumo o alle nuove proposte del mercato, come la ‘sigaretta elettronica’… forse sarà meno dannosa ma noi preferiamo il buon vecchio tabacco!

Vedia anche:

Max Fassetta

domenica 18 maggio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La piretoterapia

Per lungo tempo si è creduto che i 'deliri' potessero essere contrastati con le crisi compulsive; ed ecco accanto all'elettroshock una terapia più 'naturale': l'iniezione della malaria...
Buona lettura!

 Julius Wagner-Jauregg 1857-1940

La piretoterapia è una terapia di shock (sull'uso delle convulsioni nella schizzofrenia vedi: L'elettroshock' ) che si basa sull’aumento artificiale della temperatura corporea che induce crisi convulsive con scosse tonico-cloniche.
Già Ippocrate, nel IV secolo a. C., rileva la favorevole influenza delle occasionali malattie febbrili intercorrenti sull'evoluzione delle malattie mentali e ritiene che l'azione benefica della febbre sia uno dei grandi mezzi di guarigione impiegati spontaneamente dalla natura. Tale opinione è stata condivisa da una interminabile schiera di medici dall'epoca ippocratica al secolo scorso, finché Nasse nel 1868 segnala per primo che la febbre malarica, come mezzo terapeutico per curare la cosiddetta "demenza paralitica progressiva" è da preferirsi a ogni altra malattia febbrile trasmissibile. Stimolato da queste acquisizioni, lo psichiatra austriaco Wagner von Juaregg nel 1887 inizia con scrupoloso metodo scientifico ad indurre uno stato febbrile in pazienti affetti da sifilide cerebrale terziaria, inoculando germi dell'erisipela, tubercolina, vaccini vari ed altro senza ottenere risultati soddisfacenti. Finalmente nel 1917, provando l'inoculazione della malaria terzana benigna (da plasmodium vivax, protozoo trasmesso dalla zanzara anofele), riesce ad ottenere dei risultati decisamente positivi. Wagner von Juaregg, avendo osservato come la malaria terzana benigna possa rappresentare un mezzo terapeutico rapido e poco pericoloso, in base ai risultati favorevoli ottenuti (guarigioni complete e durature), continuò con tenacia la sperimentazione specifica e, trattando oltre duemila casi, riuscì a dare un impulso formidabile a questo tipo di terapia, che in pochi anni si diffuse in tutto il mondo tanto da fargli conferire nel 1927 il premio Nobel. Questa terapia dal 1944 in poi è caduta progressivamente in disuso per l'avvento della penicillina, che si è subito mostrata particolarmente efficace contro il treponema pallido, l'agente specifico della sifilide. Tuttavia in casi resistenti l'iperpiressia, però indotta con sulfoidol o con particolari vaccini, si è continuata a praticare, al solo scopo di favorire il passaggio della penicillina attraverso la barriera ematoencefalica, con risultati sorprendenti.
L'inoculazione del parassita malarico veniva effettuato o tramite iniezione endovenosa di sangue prelevato da un soggetto malarico all'inizio di un accesso febbrile, oppure utilizzando zanzare anofele allevate in appositi laboratori. Queste zanzare, chiuse in gabbiette di tulle con armatura di filo metallico, erano messe a contatto della cute di un soggetto malarico. Dopo una trentina di giorni, a scopo terapeutico venivano poste in contatto con la cute del soggetto da malarizzare. La malaria era curata con terapia specifica dopo dieci-quindici accessi febbrili di 39/40°, dopo di che veniva bloccata con il Chinino. Solo successivamente gli accessi febbrili e conseguenti crisi convulsive, vennero provocati con mezzi più maneggevoli, quali sostanze proteiche e vaccini.
Le controindicazioni alla piretoterapia si limitavano alle gravi affezioni cardiache, renali ed epatiche, nonché agli stati cachettici di qualsiasi eziologia.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina

Vedi anche: 

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia.

lunedì 12 maggio 2014

La comunità terapeutica secondo Basaglia



Il punto di partenza della Comunità Terapeutica è semplice e innovativo nello stesso tempo: la trasformazione del rapporto tradizionale medico-paziente. Nelle riunioni quotidiane fra tutto il personale sanitario e i ricoverati vige il principio della piena libertà di comunicazione: si cerca di mettere in crisi il tradizionale rapporto di autorità - gerarchico e adialettico - e di analizzare tutto ciò che accade nella comunità in termini di dinamica individuale e interpersonale. Il contributo di tutti; l’équipe curante e i pazienti, deve essere impiegato in maniera terapeutica per favorire il riapprendimento di adeguati ruoli sociali delle persone ricoverate, soprattutto in riferimento alla capacità di entrare in rapporto con gli altri e stabilire proficui scambi sociali.
“La comunità terapeutica si presenta come una comunità e non un agglomerato di malati. Come una comunità organizzata in modo da consentire il movimento di dinamiche interpersonali fra i gruppi che la costituiscono e che presenta le caratteristiche di qualsiasi altra comunità di uomini liberi”: queste parole di Franco Basaglia (Che cos’è la psichiatria) giungono dopo i primi anni di trasformazione istituzionale a Gorizia e rivelano subito come la sua attenzione sia fondamentalmente centrata su un “assunto di base”: il nuovo modo di lavorare in psichiatria non può che essere un confronto tra uomini liberi.
Ma di quale libertà parla Basaglia? Della libertà dalle catene e dalle contenzioni fisiche (...)?
Parla forse della libertà generosamente elargita da una nuova figura di medico, paterno e illuminato, che si sforza di accudire meglio i suoi figli  sfortunati? Parla ancora il linguaggio del mito, il mito della psichiatria che riforma se stessa e salva la sua anima?
Basaglia sembra già un passo avanti, ultimo arrivato nella “comunità dei costruttori di comunità” si mette subito alla ricerca della tana segreta dove si annida la serpe istituzionale e non fatica a trovarla: “Il  concetto di comunità terapeutica, è evidente, va mano a mano ammorbidendosi, perdendo quella che era la sua iniziale carica eversiva, per declinarsi in una semplice nuova modalità di organizzazione dell’assistenza psichiatrica, dove l’elemento difensivo da parte degli organizzatori ha ancora un gioco determinante” (Riunione franco-italiana di Courchevel).
La tana è scoperta, la serpe viva e pericolosa: è il riemergere della “autorità latente”, che mette fuori la testa quando i limiti stanno per essere superati e l’intera organizzazione rischia di affondare. L’équipe medica deve riprendere il controllo, “l’ideologia comunitaria deve - in caso di necessità - cedere all’ideologia organizzativa”  (idibem).
Ecco perché non basta illuminare le stanze buie dell’ospedale psichiatrico col sorriso di una comunicazione aperta e senza riserve, perché non sono luoghi per stabilire incontri fra anime belle: “è dunque facile farsi un’immagine falsa della comunità terapeutica come di un mondo ideale dove tutti sono buoni, dove i rapporti sono improntati al più profondo umanitarismo, dove il lavoro risulti altamente gratificante” (Che cos’è la psichiatria?).
La comunità terapeutica per Basaglia deve essere soprattutto l’impegno quotidiano per negare questo mondo ideale: nella comunità esplodono le contraddizioni, le dinamiche si fanno ogni giorno più complesse, non c’è più spazio protetto o divisione da mantenere, l’azione terapeutica deve rompere e trasformare tutto, “la contestazione si può muovere solo in un clima di libertà e la libertà ha i suoi rischi” (idibem).


Tratto da:  Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Roberto Mezzina, La comunità possibile,(1989)