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lunedì 12 gennaio 2015

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano - Francesco Stoppa (Parte 7)

Motivi organizzativi ci inducono ad interrompere, momentaneamente, la pubblicazione sul nostro blog.
Ci scusiamo per l'inevitabile disagio e vi ringraziamo perché continuate a seguirci,
nel frattempo... buone giornate, buon lavoro e buona assistenza!





La quotidianità è il dispositivo primo su cui costruire il transfert col soggetto psicotico nel lavoro istituzionale. La relazione di cura, prima di essere un investimento diretto sul terapeuta  cosa, come sappiamo, assai delicata quando non pericolosa nella cura dello psicotico -, va strutturata con l'ambiente, il luogo. Una considerazione che ci permette di aggiungere che la quotidianità è una pratica dello spazio condiviso.
Michel de Certeau - un pensatore che annovera tra le sue opere un libro che si intitola, per l'appunto, L'invenzione del quotidiano - diceva che esistono da sempre delle "pratiche ideatrici di spazio". Anche qui vale quanto detto sopra per il concetto di realtà, non c'è, nel campo dell'umano, lo spazio in quanto tale, ma un lavoro che continuamente facciamo per creare spazi, forme di abitabilità, di transitabilità, di incontro. Forme dinamiche, aperte. Quanto a noi, non si tratta semplicemente di sfruttare bene i luoghi - comunità, centri diurni, residenze, reparti, centri crisi- per quello che già offrono, si tratta, ancora di più, come sostiene De Certeau, di aprirli ad altro. Che cosa vuol dire?
In fondo tutto ciò non è molto diverso da quello che tanti nostri pazienti fanno tutti i giorni. Camminano, senza meta, su e giù per la città, oppure percorrono a piedi il territorio che collega due siti limitrofi, o coi loro passi ridisegnano il perimetro esterno della struttura. Si tratta di operazioni assai meno "croniche" di come possiamo pensare noi, che le giudichiamo delle abitudini regressive e puramente ripetitive, quando invece significano altro. Possiamo intenderle come un equivalente del disegno infantile. Siamo infatti di fronte a uno studio degli spazi, una mappatura fatta col proprio corpo anzichè con la matita, e su luoghi reali invece che su di un foglio, ma ciò che è veramente importante è che il tentativo di dilatazione del sito in cui è costretta l'esperienza del soggetto. A partire dal proprio corpo, la cui consistenza sempre troppo fragile o troppo solida viene confermata e dinamizzata dal movimento ritmico dei passi e della stessa fatica fisica.
Dovremmo comunque intravedere in questo apparente vagabondaggio una tecnica di sopravvivenza urbana o istituzionale, grazie alla quale, spostandosi, il paziente ritrova il senso dei confini, che ricalca e varca, e trascina con sé, spinge oltre spostandole come sposta dalla sua fissità il proprio corpo, le linee e i confini del mondo. Il susseguirsi dei sua passi riattiva le potenzialità dinamiche e ritmiche dello spazio, altrimenti condannato a pietrificarsi come un luogo fisso, uguale a se stesso, autoreferenziale. Pensiamoci, il paziente, qui, è già al lavoro con noi, sempre che noi siamo al lavoro con lui, interessati, cioè, ad aprire il campo d'esperienza ad altro.
In effetti, cosa fa esistere, e respirare, una realtà? Cosa non la mortifica, ad esempio, o ne fa una prigione, un luogo invivibile? Cosa rende la quotidianità una dimensione abitabile all'uomo? La sua apertura ad altro. Cosa che ci pone la questione di come l'altro filtri nelle nostre strutture, di come teniamo in gioco ciò che fa da terzo alla relazione terapeutica, spesso all'istituzione stessa. E' un po' come ritrovare nella funzione del limite la sua innata dimensione di soglia.

sabato 29 novembre 2014

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano - Francesco Stoppa (Parte 6)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Se ne deduce quindi che, più che essere degli zelanti funzionari della prova della realtà, di questa forca caudina che deciderebbe delle chance di adattamento della persona a standard di normalità decisi a tavolino, sarebbe il caso di provare ad essere dei buoni costruttori di realtà di prova. Proprio nel senso in cui, Correale, ad esempio, definisce le strutture residenziali come degli "apparati produttivi di quotidianità". Nel senso in cui, ancora, la comunità terapeutica è la cornice in cui, a certe condizioni, il soggetto realizza gradatamente la propria condizione umana di base, il suo essere uomo tra gli uomini, a contatto con oggetti che riconosce come familiari. La nostra soggettività necessita di questo fondo primario - che è psichico e allo stesso tempo già sociale - dove, ancor prima di dichiararsi come "io", con un'identità precisa, un nome, un ruolo, un'immagine da difendere, ognuno ritrova ed esplora la sua dimensione umana di base, la propria condizione qualunque (come dice Agamben), la cifra soggettiva pre-individuale (come invece sostiene un altro filosofo, Simondon). Questa dimensione dell'essere uomini la si raggiunge e la si rigenera costantemente, un giorno dopo l'altro, proprio nella quotidianità.
Bene, noi come la tuteliamo questa realtà di base, come permettiamo al paziente di ritessere questo tessuto primario dell'esperienza umana? Quando, ad esempio, gli poniamo troppo presto la questione del lavoro, insistiamo troppo presto perchè migliori la sua immagine personale o sociale, gli facciamo veramente un buon servizio? O stiamo prendendo una scorciatoia che serve a noi, perché è certamente più facile deviare la cura sui binari della normalità, del "così fan tutti", piuttosto che stare con il paziente, lì nel quotidiano, a costruire le condizioni di base dell'umanizzazione. La sua e la nostra. Ritorneremo più in la su questa impasse del controtranfert.
Ora chiediamoci, come intendere il concetto di quotidianità? E perché è così importante nella cura delle psicosi?

lunedì 27 ottobre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 3)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Prima di tornare sulla questione clinica, credo sia importante mettere brevemente a fuoco una questione che concerne noi operatori della salute mentale e che Marcel Sassolas puntualizzava più volte nel suo libro sulla terapia delle psicosi. E' come se ci dicesse "Attenzione, possiamo avere a disposizione un certo numero di risorse, essere motivati e competenti, ma ci sono due ingredienti della ricetta che non possono mancare se vogliamo offrire ai nostri pazienti un piatto digeribile, nutritivo e possibilmente appetibile. Si tratta I°: di sviluppare una "coerenza intellettuale delle concezioni della patologia mentale e della cura condivise dai membri dell'equipe". II°: di capire se esista e di cosa sia fatto il clima affettivo vigente all'interno dell'equipe. Quanto a questo secondo punto, Correale, nella sua introduzione a Terapia delle psicosi, scrive che il gruppo "è il grande modulatore della quotidianità e la quotidianità in gruppo è il grande tramite, il passaporto, che permette il transito all'incontrario di cui parla Sassolas" (cioè aiutare lo psicotico a dar rientrare in sè quella realtà che tende a rigettare fuori di sè e, quindi, a riconciliarsi con il mondo o, direbbe Blankenburg, ritrovare l'evidenza naturale del proprio essere al mondo) . Non manca mai, nel testo di Sassolas, questo ritorno alle domande di base, a ciò che noi pensiamo di cose mica da niente come la soggettività, la malattia, la cura, la realtà, l'istituzione; a cosa pensiamo debba essere il nostro compito, fino alla questione radicale, non solo clinica ma anche politica politica e cioè: "Oggi cosa significa curare uno psicotico?". La risposta alla quale, senza una teoria di riferimento, viene affidata allo spontaneismo, ala buona volontà degli operatori, o prende la via della burocrazia e dell'efficientismo, protocolli e sistemi di valutazione. Dal troppo pathos alla rigidità affettiva, insomma.

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano Parte 1

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano Parte 2

domenica 12 ottobre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 2)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!




E quando le viene un po' provocatoriamente chiesto se non pensa troppo a se stessa, la paziente, con decisione, afferma:

"Non è così! Penso a un qualche cosa di cui ciascun essere umano ha bisogno. Senza questo qualche cosa non è assolutamente possibile vivere."

Non è quindi possibile vivere, ci dice Anna, senza un sentimento del quotidiano. D'altronde non sarebbe possibile per nessuno. Ma, al di la del fatto che ogni frase meriterebbe che noi la commentassimo e che quello che Anna dice conferma che i nostri primi maestri di psichiatria sono i pazienti stessi, è importante soffermarsi su alcuni punti salienti.
Ad esempio, cosa ci dice Blankenburg, cosa ha imparato da questa come da altri pazienti?
1) La psicosi è un disturbo - dice - del loro essere-uomini, e il loro disturbo fondamentale consta in una "mancanza di terreno basale". Scrive, ad esempio, di Anna: "Intensamente colpita e iperstimolata da tutto ciò che le accadeva, appariva del tutto priva di difese, come se ogni evento imprevisto comportasse l'aprirsi di una breccia persistente nell'organizzazione strutturale della sua personalità. Era dominante una rigidità reattiva rispetto alle sollecitazioni permanenti che traevano origine dal quotidiano più banale, e anzi precisamente da quest'ultimo".
2) Il danno, prima ancora di situarsi a livello della realtà esteriore o di quella del mondo interno o della percezione del proprio corpo, è un danno della "realtà interumana", che comporta una fragilità o una perdita dello stare, un'atrofia o una rottura della fiducia.
3) La cura di questi pazienti deve mirare in primo luogo non tanto a "progetti del mondo o di sè", quanto a produrre una "trasformazione del loro sentirsi situati".
Sintetizzando la psicosi sarebbe la manifestazione di un danno alla strutturazione soggettiva di base che ha per conseguenza l'impossibilità di costruire un senso di familiarità con il mondo e con gli altri.




lunedì 6 ottobre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 1)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!




Nel 1971 Wolfgang Blankenburg pubblica La perdita dell'evidenza naturale, un testo che diverrà un classico della psichiatria fenomenologica. Ad ispirargli questo titolo è una paziente che si chiama Anna, la quale parlando ai suoi curanti delle difficoltà che incontra nello svolgere le più banali incombenze quotidiane, è solita dire che ciò che le manca è l'evidenza del naturale.


Anna e l'evidenza naturale

Interrogata sulla cosa, così risponde:

"Ogni essere umano deve sapere come comportarsi; ogni essere umano segue la sua strada, ha un suo modo di pensare. Il suo comportamento, la sua umanità, la sua socialità, tutte queste regole del gioco di cui fa uso: sino ad oggi non ho potuto riconoscerle con chiarezza. Mi sono mancate le basi [...] Tante cose mi sono talmente estranee [...] Un bambino non si può semplicemente metterlo li: senza relazione. Voglio dire che ci sono sentimenti confacenti, che per esempio legano un essere a un altro, e sentimenti di cui si ha bisogno per diventare uomini innanzitutto umanamente [corsivo nostro] - per diventare umani. Ed è così lo stesso per i modi di pensare, anche per quel che è semplice, semplicissimo. Perché ogni uomo è qualche cosa [...] Si tratta semplicemente della vita [...] Per esempio lavare i piatti: la difficoltà, o quella che per me sarebbe la difficoltà, come dire, non riesco a farlo con un' evidenza; tutto ciò, in un certo senso, mi sconcerta. mi dà troppa sofferenza. perciò non lavo più i piatti. e' tutto troppo adulto per me! Per esempio, l'ergoterapia: non posso lavorare autonomamente. E' una tortura! [...] Ogni essere deve riconoscere i proprio limiti, per sapersi orientare e per trovare pace in se stesso."

Alla domanda "Non sente i suoi limiti", Anna precisa:

"No, è per questo motivo che sono sempre contratta in quel che faccio, è per questo motivo che non ci riesco [...] è molto strano che tutto mi cada dalle mani. Vorrei poter sentire quei limiti sottili... Vorrei riuscire a comprenderli affettivamente, come un essere in buona salute, per poterli tralasciare. Mi manca semplicemente il sentimento di certe emozioni. Mi manca il sentimento delle cose, per esempio della nozione di essere malata, di soffrire, del quotidiano".

mercoledì 1 ottobre 2014

Siamo Tornati Attivi


Siamo di nuovo online!

Come promesso, il blog tornerà ad essere attivo da lunedì! 
Seguiteci per scoprire  tanti interessanti articoli e le attività della Selina!



lunedì 28 luglio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: Epoca post-Basaglia

Dagli anni Ottanta ad oggi con la chiusura dei manicomi e lo sviluppo dell'autonomia professionale degli infermieri è mutato sia il concetto di assistenza in psichiatria sia il ruolo dell'infermiere nel percorso di cura.
Ce ne parla Claudia Giovannelli in questa ultima tappa attraverso la storia dell'assistenza psichiatrica. 
Ringraziamo Claudia per la sua disponibilità e collaborazione ed auguriamo a lei e a tutti gli infermieri buona 'estate' e buona assistenza!
Buona lettura!

Dopo la chiusura dei manicomi, gli infermieri vengono “liberati” anch’essi con i pazienti. Il processo di trasformazione istituzionale fu complesso e difficile, avvenne tra molteplici conflitti interni, in particolare tra gli infermieri che non si sentivano tutelati nel loro nuovo posto di lavoro e facevano fatica ad abbandonare il tradizionale ruolo di "custodi" per assumere/esprimere le potenziali capacità assistenziali nei nuovi processi di cura e riabilitazione.
Dopo la legge 180, forse per comodità, si preferì mantenere quello stigma che inquadrava ancora l’infermiere nel suo trascorso storico di custode. Nei nuovi posti di lavoro, avendo un ruolo ancora indefinito in termini di mansioni, l’infermiere era colui che sopperiva alle carenze del servizio e svolgeva ruoli e funzioni inferiori alle sue reali competenze, come quella degli amministrativi, degli autisti, dei portinai-custodi delle chiavi dei servizi, dei servitori delle altre figure professionali o, tuttalpiù e ancor più grave, l’infermiere più emergente e scaltro era colui che imitava goffamente il medico. Ecco che allora cominciammo ad appellarci alle Leggi e successivamente al mansionario che poco esplicitava i compiti in ambito psichiatrico. Il mansionario era l'unico documento a nostra tutela contro ogni abuso di mansioni inferiori ma allo stesso tempo ci castrava nel movimento espressivo della nostra crescita professionale.
Oggi l’infermiere si sta riappropriando di ampi spazi di autonomia e da una funzione di stampo custodialistico è transitato ad una di collaborazione e pianificazione dell'assistenza, pur non avendo cancellato definitivamente quello stigma che ogni tanto affiora e che ci pose sempre in una posizione di difesa.
In passato lo psichiatra era unicamente la figura che si poneva al centro del processo terapeutico, decideva e operava servendosi del supporto delle varie figure sanitarie, oggi la presa in carico è dell’equipe che, in maniera globale, crea una rete di interventi che chiama in gioco altre figure e persone esterne. Ci si proietta, quindi, a un modo di "prendersi cura" più articolato e completo.
L'operato degli infermieri in psichiatria si espleta in differenti luoghi e aree di intervento, sia istituzionali che sociali (SPDC, Centri di Salute Mentale, Centri Diurni, Comunità Terapeutiche, gruppi appartamento, domicilio del paziente, luoghi del sociale, istituzioni non psichiatriche, in aree formative, preventive, imprenditoriali, al mondo del cooperativismo, laboratori d'arte, alle sfere socio-culturali e transculturali). Si potrebbe dire che l'infermiere svolge un ruolo di mediatore tra la psichiatria e la comunità che deve accogliere, tra il paziente e il mondo al quale egli quotidianamente si relaziona.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 
8. L'avvento degli psicofarmaci 
9. La questione etica: elettroshock e psicochirurgia

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 14 luglio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La questione etica: elettroshock e psicochirurgia

Ancora oggi vengono usate pratiche terapeutiche invasive quali l'elettroschock e la psicochirurgia, stimolando così il dibattito etico sul rapporto costi/benefici del loro valore terapeutico.
Buona lettura!

Talvolta l'elettroshock potrà anche rappresentare un'ultima spiaggia, ma in realtà e' il segno della nostra impotenza terapeutica, che si trasforma in cieco accanimento verso la malattia mentale, passando obbligatoriamente attraverso la testa del paziente senza considerare la sua anima.
La questione etica in psichiatria diviene un delicato elemento di discussione specie se si accompagna a trattamenti che fanno dubitare il rispetto della dignità del paziente, come la terapia elettroconvulsivante e la psicochirurgia .
In entrambi i casi la questione morale è duplice: da un lato si obietta che si tratterebbe di interventi terapeutici violenti ed esproprianti che, più che indurre reali processi di guarigione, si limiterebbero ad alterare rudemente e grossolanamente i meccanismi di funzionamento cerebrale; dall'altro, si dice che, in ogni modo, la loro efficacia non è comprovata, mentre gli effetti collaterali a distanza di tempo sarebbero severi. Insomma, in entrambi i casi ci si troverebbe di fronte a cure non etiche, innanzitutto perchè "cattive" e, in secondo luogo, perchè violentemente manipolative e non rispettose dell'autonomia e della dignità del paziente. Tuttavia per quanto riguarda l'ETC, l'assunto che esso non sia efficace o serva solo episodicamente non è condiviso da molti psichiatri, che ritengono, anzi, che questa diffusa credenza sia più il portato delle campagne ideologiche degli anni Settanta che il risultato di una serena disamina della letteratura scientifica.
Gli stessi presunti danni sulla memoria del paziente e la violenza della cura sono ritenuti elementi sorpassati, legati a somministrazioni errate ed in assenza di anestesia generale. Recentemente anche il Comitato Nazionale di Bioetica, pronunciandosi sulla terapia ETC, sostanzialmente non ravvisa nel suo uso alcun problema etico specifico quando, e solo se, ovviamente, esso sia giustificato dalla stato dell'arte delle conoscenze scientifiche.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 
8. L'avvento degli psicofarmaci 



Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 30 giugno 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: L'avvento degli psicofarmaci

Dagli anni Cinquanta ad oggi gli psicofarmaci hanno creato una svolta nella assistenza psichiatrica, aprendo nuove possibilità, dibattiti, problematiche sia negli operatori della salute che negli utenti. Ce ne parla Claudia Giovannelli.
Buona lettura!

Nel 1952, dopo che Henri Laborit notò gli effetti psicologici di un nuovo anestetico, la clorpromazina, si decise di provare questo farmaco in pazienti schizofrenici. La terapia ebbe successo, e così ebbe inizio l'era del trattamento farmacologico delle malattie psichiatriche, dominato fino a quel tempo dagli interventi somatici finora descritti (vedi post precedenti) o psicologici (psicoanalisi e altre psicoterapie).
Prima gli ospedali psichiatrici erano il luogo dell'urlo. L’urlo ora rimaneva lì, nel petto, al fondo della gola. Noi non lo sentivamo. Eravamo tutti presi dal miracolo. Si potevano finalmente mettere da parte le camicie di forza, i letti di contenzione. Solo più tardi ci si rese conto che avevamo sostituito camicie di forza, fasce di contenzione con una camicia chimica.
La mente dei malati azzerata da anni di istituzionalizzazione, spesso ne fu ulteriormente annichilita. La loro sofferenza non cessò, cessarono le urla, il vociare, il bestemmiare.
Molti affermano che se non ci fosse stato l’avvento dei farmaci il processo di deistituzionalizzazione non si sarebbe mai attivato in quanto né l’individuo né la società erano pronti alla co-esistenza tra diversi. Il reingresso degli alienati nella società è stato possibile solo acquietando la voce della follia, mantenendo così l’ordine sociale.
Prima nei rapporti fra ricoverati e infermieri era questione di botta e risposta: da parte degli infermieri era una cattiveria aperta. Ora invece danno le punture e tutto finisce.
Si può rilevare che il successo terapeutico non è affatto mutato. Vittorino Andreoli afferma che i risultati di oggi, due secoli dopo, non sono maggiori o minori di quelli di Pinel. Ciò può spiegare che la follia manca ancora di una terapia specifica e ogni presidio è un semplice surrogato terapeutico, la maschera d’un effetto placebo. In questo caso la differenza tra i singoli presidi di cura è irrilevante e un bagno freddo o l’elettroshock o un recente ritrovato della farmacologia sono chiavi false di un ingresso alla follia che semmai avviene per combinazioni del momento casualmente indovinate, e dello stesso valore sia cha appartengono alla psichiatria contemporanea che a quella di Pinel.
 
Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 



Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 9 giugno 2014

L'ex asilo: ancora luogo di incontro e condivisione.



Ex asilo-monumentale. Grizzo, Montereale V.
Continua la collaborazione tra ‘La Selina’ ed il comune di Montereale Valcellina. L’amministrazione comunale ha messo a disposizione della nostra comunità una sala, presso l’ex asilo-monumentale. Uno spazio pubblico che continua, secondo la sua natura, ad essere aggregante ed educativo. Abbiamo a disposizione un calcetto, tavoli e giochi: un’ulteriore opportunità per stare assieme e conoscersi in modo diverso… riscoprendo anche talenti di quando eravamo più giovani! Questo spazio ci offrirà anche la possibilità di avviare nuovi laboratori, fare nuove conoscenze e rinsaldare quelle attuali.
Ringraziamo l'Amministrazione comunale di Montereale Valcellina ed in particolare l'assessore
alla cultura Maria Carla Santini per la disponibilità e collaborazione.

 Vedi anche:

lunedì 2 giugno 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: L'ergoterapia

Vita e lavoro all'interno dei manicomi.
Buona lettura!


Ex manicomio di S. Niccolò. Siena.
Al loro arrivo in ospedale i ricoverati, almeno quelli più poveri, venivano spogliati dei loro abiti, che venivano deposti nella fagotteria e restituiti poi all'uscita o venduti al momento della morte. La vita degli esordi era sancita da pochi momenti rituali religiosi o ricreativi, come la propagandistica passeggiata per la città, e da pochi momenti di cura rimasti essenzialmente immutati ancora agli inizi dell'Ottocento. La vita manicomiale era basata su regole di ferrea disciplina e comprendenti svaghi, ma soprattutto lavoro. Uno dei capisaldi dell’“educazione manicomiale” era costituito dal gioco di premi, punizioni, minacce attraverso il quale si sarebbe dovuto ristabilire la “sanità mentale”.
L’attuazione di questo complesso sistema educativo, volto ad instillare nei ricoverati principi di autodisciplina poteva trovare attuazione solo in un regime “paterno ed assoluto”, a capo del quale era posto il medico Direttore.
Fin dagli esordi le donne filavano la stoppa; con la nuova "terapia morale" le malate venivano impiegate, oltre che nella tessenda, nel guardaroba, nelle cucine e nella lavanderia, gli uomini nel lavoro agricolo e in attività operaie. Il lavoro a costo zero del paziente, viene elevato a rango di vera e propria cura ( una sorta di "Arbeit macht Frei" di hitleriana memoria..).
Gli alienati, classificati in base al loro comportamento, una volta entrati tendevano a non uscire dall'istituzione totale, che li poteva accogliere bambini e che guidava gerarchicamente e paternalisticamente il cammino di cura, di lavoro e di svago. I laboratori dei malati, i loro manufatti, le feste nel teatro, la biblioteca e le rare scampagnate facevano del manicomio una "macchina educativa" che inseriva l'ergoterapia nel lungo percorso di sofferenza. Il comportamento morale era oggetto di rigoroso controllo da parte degli infermieri terapeuti, che applicavano sul lavoro i rigidi principi che regolavano la società civile.
A cavallo dei due secoli, la teorizzazione dell'ergoterapia risolve un conflitto irrisolto tra pauperismo, recupero dell'emarginazione e nuova dimensione produttiva.
Calandoci nel vissuto di chi era ricoverato, ecco la testimonianza di una donna:
“Finché lavoravo le infermiere erano buone ma quando non lavoravo mi trattavano come una bestia. La mattina, quando mi alzavo, spesso mi sentivo svenire e dovevo restare a letto. E quelle mattine che non me la sentivo di lavorare le infermiere mi offendevano. Magari non picchiavano ma offendevano e le offese fanno più male delle botte. Mi facevano lavorare per forza ma pagare non è che mi pagassero: mi sfruttavano e basta.”

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina


Vedi anche: 

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia.

domenica 25 maggio 2014

la lettura del giornale



Ogni giorno acquistiamo il quotidiano. Una volta alla settimana però ci ritagliamo del tempo per leggerlo e commentarlo assieme, generalmente al giovedì, generalmente in 6/7 di noi.
La cosa bella è che, tenendoci aggiornati su ciò che accade nel mondo, si crea un’occasione per confrontarci, trovare soluzioni alternative e, spesso a partire da una notizia, affiorano ricordi e paragoni con situazioni analoghe vissute nella nostra vita o quando eravamo bambini. C’è chi è più appassionato di politica, chi di gossip; ad altri piace leggere l’oroscopo.
Di tanto in tanto ci sono notizie che ci paiono bizzarre, ad esempio tempo fa abbiamo letto che in un comune della nostra provincia, avevano letteralmente ‘sparato’ del profumo per coprire gli odori sgradevoli degli inceneritori, la cosa ci ha fatto sorridere perché ci è sembrata una risposta che, per così dire, stendeva un velo profumato sul problema, ma questo si sarebbe ripresentato poco dopo. …chissà se avrà funzionato… non ne abbiamo saputo più nulla.
Ciclicamente si ripresentano le solite notizie, state a vedere: tra poche settimane ci saranno i consigli sull’alimentazione estiva… ricca di acqua e… povera di grassi!
Con una certa regolarità appaiono anche notizie relative ai problemi legati al fumo o alle nuove proposte del mercato, come la ‘sigaretta elettronica’… forse sarà meno dannosa ma noi preferiamo il buon vecchio tabacco!

Vedia anche:

Max Fassetta

domenica 18 maggio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La piretoterapia

Per lungo tempo si è creduto che i 'deliri' potessero essere contrastati con le crisi compulsive; ed ecco accanto all'elettroshock una terapia più 'naturale': l'iniezione della malaria...
Buona lettura!

 Julius Wagner-Jauregg 1857-1940

La piretoterapia è una terapia di shock (sull'uso delle convulsioni nella schizzofrenia vedi: L'elettroshock' ) che si basa sull’aumento artificiale della temperatura corporea che induce crisi convulsive con scosse tonico-cloniche.
Già Ippocrate, nel IV secolo a. C., rileva la favorevole influenza delle occasionali malattie febbrili intercorrenti sull'evoluzione delle malattie mentali e ritiene che l'azione benefica della febbre sia uno dei grandi mezzi di guarigione impiegati spontaneamente dalla natura. Tale opinione è stata condivisa da una interminabile schiera di medici dall'epoca ippocratica al secolo scorso, finché Nasse nel 1868 segnala per primo che la febbre malarica, come mezzo terapeutico per curare la cosiddetta "demenza paralitica progressiva" è da preferirsi a ogni altra malattia febbrile trasmissibile. Stimolato da queste acquisizioni, lo psichiatra austriaco Wagner von Juaregg nel 1887 inizia con scrupoloso metodo scientifico ad indurre uno stato febbrile in pazienti affetti da sifilide cerebrale terziaria, inoculando germi dell'erisipela, tubercolina, vaccini vari ed altro senza ottenere risultati soddisfacenti. Finalmente nel 1917, provando l'inoculazione della malaria terzana benigna (da plasmodium vivax, protozoo trasmesso dalla zanzara anofele), riesce ad ottenere dei risultati decisamente positivi. Wagner von Juaregg, avendo osservato come la malaria terzana benigna possa rappresentare un mezzo terapeutico rapido e poco pericoloso, in base ai risultati favorevoli ottenuti (guarigioni complete e durature), continuò con tenacia la sperimentazione specifica e, trattando oltre duemila casi, riuscì a dare un impulso formidabile a questo tipo di terapia, che in pochi anni si diffuse in tutto il mondo tanto da fargli conferire nel 1927 il premio Nobel. Questa terapia dal 1944 in poi è caduta progressivamente in disuso per l'avvento della penicillina, che si è subito mostrata particolarmente efficace contro il treponema pallido, l'agente specifico della sifilide. Tuttavia in casi resistenti l'iperpiressia, però indotta con sulfoidol o con particolari vaccini, si è continuata a praticare, al solo scopo di favorire il passaggio della penicillina attraverso la barriera ematoencefalica, con risultati sorprendenti.
L'inoculazione del parassita malarico veniva effettuato o tramite iniezione endovenosa di sangue prelevato da un soggetto malarico all'inizio di un accesso febbrile, oppure utilizzando zanzare anofele allevate in appositi laboratori. Queste zanzare, chiuse in gabbiette di tulle con armatura di filo metallico, erano messe a contatto della cute di un soggetto malarico. Dopo una trentina di giorni, a scopo terapeutico venivano poste in contatto con la cute del soggetto da malarizzare. La malaria era curata con terapia specifica dopo dieci-quindici accessi febbrili di 39/40°, dopo di che veniva bloccata con il Chinino. Solo successivamente gli accessi febbrili e conseguenti crisi convulsive, vennero provocati con mezzi più maneggevoli, quali sostanze proteiche e vaccini.
Le controindicazioni alla piretoterapia si limitavano alle gravi affezioni cardiache, renali ed epatiche, nonché agli stati cachettici di qualsiasi eziologia.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina

Vedi anche: 

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia.

lunedì 12 maggio 2014

La comunità terapeutica secondo Basaglia



Il punto di partenza della Comunità Terapeutica è semplice e innovativo nello stesso tempo: la trasformazione del rapporto tradizionale medico-paziente. Nelle riunioni quotidiane fra tutto il personale sanitario e i ricoverati vige il principio della piena libertà di comunicazione: si cerca di mettere in crisi il tradizionale rapporto di autorità - gerarchico e adialettico - e di analizzare tutto ciò che accade nella comunità in termini di dinamica individuale e interpersonale. Il contributo di tutti; l’équipe curante e i pazienti, deve essere impiegato in maniera terapeutica per favorire il riapprendimento di adeguati ruoli sociali delle persone ricoverate, soprattutto in riferimento alla capacità di entrare in rapporto con gli altri e stabilire proficui scambi sociali.
“La comunità terapeutica si presenta come una comunità e non un agglomerato di malati. Come una comunità organizzata in modo da consentire il movimento di dinamiche interpersonali fra i gruppi che la costituiscono e che presenta le caratteristiche di qualsiasi altra comunità di uomini liberi”: queste parole di Franco Basaglia (Che cos’è la psichiatria) giungono dopo i primi anni di trasformazione istituzionale a Gorizia e rivelano subito come la sua attenzione sia fondamentalmente centrata su un “assunto di base”: il nuovo modo di lavorare in psichiatria non può che essere un confronto tra uomini liberi.
Ma di quale libertà parla Basaglia? Della libertà dalle catene e dalle contenzioni fisiche (...)?
Parla forse della libertà generosamente elargita da una nuova figura di medico, paterno e illuminato, che si sforza di accudire meglio i suoi figli  sfortunati? Parla ancora il linguaggio del mito, il mito della psichiatria che riforma se stessa e salva la sua anima?
Basaglia sembra già un passo avanti, ultimo arrivato nella “comunità dei costruttori di comunità” si mette subito alla ricerca della tana segreta dove si annida la serpe istituzionale e non fatica a trovarla: “Il  concetto di comunità terapeutica, è evidente, va mano a mano ammorbidendosi, perdendo quella che era la sua iniziale carica eversiva, per declinarsi in una semplice nuova modalità di organizzazione dell’assistenza psichiatrica, dove l’elemento difensivo da parte degli organizzatori ha ancora un gioco determinante” (Riunione franco-italiana di Courchevel).
La tana è scoperta, la serpe viva e pericolosa: è il riemergere della “autorità latente”, che mette fuori la testa quando i limiti stanno per essere superati e l’intera organizzazione rischia di affondare. L’équipe medica deve riprendere il controllo, “l’ideologia comunitaria deve - in caso di necessità - cedere all’ideologia organizzativa”  (idibem).
Ecco perché non basta illuminare le stanze buie dell’ospedale psichiatrico col sorriso di una comunicazione aperta e senza riserve, perché non sono luoghi per stabilire incontri fra anime belle: “è dunque facile farsi un’immagine falsa della comunità terapeutica come di un mondo ideale dove tutti sono buoni, dove i rapporti sono improntati al più profondo umanitarismo, dove il lavoro risulti altamente gratificante” (Che cos’è la psichiatria?).
La comunità terapeutica per Basaglia deve essere soprattutto l’impegno quotidiano per negare questo mondo ideale: nella comunità esplodono le contraddizioni, le dinamiche si fanno ogni giorno più complesse, non c’è più spazio protetto o divisione da mantenere, l’azione terapeutica deve rompere e trasformare tutto, “la contestazione si può muovere solo in un clima di libertà e la libertà ha i suoi rischi” (idibem).


Tratto da:  Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Roberto Mezzina, La comunità possibile,(1989)