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lunedì 27 ottobre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 3)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Prima di tornare sulla questione clinica, credo sia importante mettere brevemente a fuoco una questione che concerne noi operatori della salute mentale e che Marcel Sassolas puntualizzava più volte nel suo libro sulla terapia delle psicosi. E' come se ci dicesse "Attenzione, possiamo avere a disposizione un certo numero di risorse, essere motivati e competenti, ma ci sono due ingredienti della ricetta che non possono mancare se vogliamo offrire ai nostri pazienti un piatto digeribile, nutritivo e possibilmente appetibile. Si tratta I°: di sviluppare una "coerenza intellettuale delle concezioni della patologia mentale e della cura condivise dai membri dell'equipe". II°: di capire se esista e di cosa sia fatto il clima affettivo vigente all'interno dell'equipe. Quanto a questo secondo punto, Correale, nella sua introduzione a Terapia delle psicosi, scrive che il gruppo "è il grande modulatore della quotidianità e la quotidianità in gruppo è il grande tramite, il passaporto, che permette il transito all'incontrario di cui parla Sassolas" (cioè aiutare lo psicotico a dar rientrare in sè quella realtà che tende a rigettare fuori di sè e, quindi, a riconciliarsi con il mondo o, direbbe Blankenburg, ritrovare l'evidenza naturale del proprio essere al mondo) . Non manca mai, nel testo di Sassolas, questo ritorno alle domande di base, a ciò che noi pensiamo di cose mica da niente come la soggettività, la malattia, la cura, la realtà, l'istituzione; a cosa pensiamo debba essere il nostro compito, fino alla questione radicale, non solo clinica ma anche politica politica e cioè: "Oggi cosa significa curare uno psicotico?". La risposta alla quale, senza una teoria di riferimento, viene affidata allo spontaneismo, ala buona volontà degli operatori, o prende la via della burocrazia e dell'efficientismo, protocolli e sistemi di valutazione. Dal troppo pathos alla rigidità affettiva, insomma.

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano Parte 1

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano Parte 2

domenica 12 ottobre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 2)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!




E quando le viene un po' provocatoriamente chiesto se non pensa troppo a se stessa, la paziente, con decisione, afferma:

"Non è così! Penso a un qualche cosa di cui ciascun essere umano ha bisogno. Senza questo qualche cosa non è assolutamente possibile vivere."

Non è quindi possibile vivere, ci dice Anna, senza un sentimento del quotidiano. D'altronde non sarebbe possibile per nessuno. Ma, al di la del fatto che ogni frase meriterebbe che noi la commentassimo e che quello che Anna dice conferma che i nostri primi maestri di psichiatria sono i pazienti stessi, è importante soffermarsi su alcuni punti salienti.
Ad esempio, cosa ci dice Blankenburg, cosa ha imparato da questa come da altri pazienti?
1) La psicosi è un disturbo - dice - del loro essere-uomini, e il loro disturbo fondamentale consta in una "mancanza di terreno basale". Scrive, ad esempio, di Anna: "Intensamente colpita e iperstimolata da tutto ciò che le accadeva, appariva del tutto priva di difese, come se ogni evento imprevisto comportasse l'aprirsi di una breccia persistente nell'organizzazione strutturale della sua personalità. Era dominante una rigidità reattiva rispetto alle sollecitazioni permanenti che traevano origine dal quotidiano più banale, e anzi precisamente da quest'ultimo".
2) Il danno, prima ancora di situarsi a livello della realtà esteriore o di quella del mondo interno o della percezione del proprio corpo, è un danno della "realtà interumana", che comporta una fragilità o una perdita dello stare, un'atrofia o una rottura della fiducia.
3) La cura di questi pazienti deve mirare in primo luogo non tanto a "progetti del mondo o di sè", quanto a produrre una "trasformazione del loro sentirsi situati".
Sintetizzando la psicosi sarebbe la manifestazione di un danno alla strutturazione soggettiva di base che ha per conseguenza l'impossibilità di costruire un senso di familiarità con il mondo e con gli altri.




lunedì 6 ottobre 2014

LA CURA COME INVENZIONE DEL QUOTIDIANO - Francesco Stoppa (Parte 1)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!




Nel 1971 Wolfgang Blankenburg pubblica La perdita dell'evidenza naturale, un testo che diverrà un classico della psichiatria fenomenologica. Ad ispirargli questo titolo è una paziente che si chiama Anna, la quale parlando ai suoi curanti delle difficoltà che incontra nello svolgere le più banali incombenze quotidiane, è solita dire che ciò che le manca è l'evidenza del naturale.


Anna e l'evidenza naturale

Interrogata sulla cosa, così risponde:

"Ogni essere umano deve sapere come comportarsi; ogni essere umano segue la sua strada, ha un suo modo di pensare. Il suo comportamento, la sua umanità, la sua socialità, tutte queste regole del gioco di cui fa uso: sino ad oggi non ho potuto riconoscerle con chiarezza. Mi sono mancate le basi [...] Tante cose mi sono talmente estranee [...] Un bambino non si può semplicemente metterlo li: senza relazione. Voglio dire che ci sono sentimenti confacenti, che per esempio legano un essere a un altro, e sentimenti di cui si ha bisogno per diventare uomini innanzitutto umanamente [corsivo nostro] - per diventare umani. Ed è così lo stesso per i modi di pensare, anche per quel che è semplice, semplicissimo. Perché ogni uomo è qualche cosa [...] Si tratta semplicemente della vita [...] Per esempio lavare i piatti: la difficoltà, o quella che per me sarebbe la difficoltà, come dire, non riesco a farlo con un' evidenza; tutto ciò, in un certo senso, mi sconcerta. mi dà troppa sofferenza. perciò non lavo più i piatti. e' tutto troppo adulto per me! Per esempio, l'ergoterapia: non posso lavorare autonomamente. E' una tortura! [...] Ogni essere deve riconoscere i proprio limiti, per sapersi orientare e per trovare pace in se stesso."

Alla domanda "Non sente i suoi limiti", Anna precisa:

"No, è per questo motivo che sono sempre contratta in quel che faccio, è per questo motivo che non ci riesco [...] è molto strano che tutto mi cada dalle mani. Vorrei poter sentire quei limiti sottili... Vorrei riuscire a comprenderli affettivamente, come un essere in buona salute, per poterli tralasciare. Mi manca semplicemente il sentimento di certe emozioni. Mi manca il sentimento delle cose, per esempio della nozione di essere malata, di soffrire, del quotidiano".