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sabato 29 novembre 2014

La Cura Come Invenzione Del Quotidiano - Francesco Stoppa (Parte 6)

In queste settimane vi proporremo, suddiviso in parti, un articolo del Dott. Stoppa.. Da leggere come fosse un racconto ma da vivere con l'intensità di una scoperta!

Buona lettura!



Se ne deduce quindi che, più che essere degli zelanti funzionari della prova della realtà, di questa forca caudina che deciderebbe delle chance di adattamento della persona a standard di normalità decisi a tavolino, sarebbe il caso di provare ad essere dei buoni costruttori di realtà di prova. Proprio nel senso in cui, Correale, ad esempio, definisce le strutture residenziali come degli "apparati produttivi di quotidianità". Nel senso in cui, ancora, la comunità terapeutica è la cornice in cui, a certe condizioni, il soggetto realizza gradatamente la propria condizione umana di base, il suo essere uomo tra gli uomini, a contatto con oggetti che riconosce come familiari. La nostra soggettività necessita di questo fondo primario - che è psichico e allo stesso tempo già sociale - dove, ancor prima di dichiararsi come "io", con un'identità precisa, un nome, un ruolo, un'immagine da difendere, ognuno ritrova ed esplora la sua dimensione umana di base, la propria condizione qualunque (come dice Agamben), la cifra soggettiva pre-individuale (come invece sostiene un altro filosofo, Simondon). Questa dimensione dell'essere uomini la si raggiunge e la si rigenera costantemente, un giorno dopo l'altro, proprio nella quotidianità.
Bene, noi come la tuteliamo questa realtà di base, come permettiamo al paziente di ritessere questo tessuto primario dell'esperienza umana? Quando, ad esempio, gli poniamo troppo presto la questione del lavoro, insistiamo troppo presto perchè migliori la sua immagine personale o sociale, gli facciamo veramente un buon servizio? O stiamo prendendo una scorciatoia che serve a noi, perché è certamente più facile deviare la cura sui binari della normalità, del "così fan tutti", piuttosto che stare con il paziente, lì nel quotidiano, a costruire le condizioni di base dell'umanizzazione. La sua e la nostra. Ritorneremo più in la su questa impasse del controtranfert.
Ora chiediamoci, come intendere il concetto di quotidianità? E perché è così importante nella cura delle psicosi?

mercoledì 1 ottobre 2014

Siamo Tornati Attivi


Siamo di nuovo online!

Come promesso, il blog tornerà ad essere attivo da lunedì! 
Seguiteci per scoprire  tanti interessanti articoli e le attività della Selina!



lunedì 14 luglio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La questione etica: elettroshock e psicochirurgia

Ancora oggi vengono usate pratiche terapeutiche invasive quali l'elettroschock e la psicochirurgia, stimolando così il dibattito etico sul rapporto costi/benefici del loro valore terapeutico.
Buona lettura!

Talvolta l'elettroshock potrà anche rappresentare un'ultima spiaggia, ma in realtà e' il segno della nostra impotenza terapeutica, che si trasforma in cieco accanimento verso la malattia mentale, passando obbligatoriamente attraverso la testa del paziente senza considerare la sua anima.
La questione etica in psichiatria diviene un delicato elemento di discussione specie se si accompagna a trattamenti che fanno dubitare il rispetto della dignità del paziente, come la terapia elettroconvulsivante e la psicochirurgia .
In entrambi i casi la questione morale è duplice: da un lato si obietta che si tratterebbe di interventi terapeutici violenti ed esproprianti che, più che indurre reali processi di guarigione, si limiterebbero ad alterare rudemente e grossolanamente i meccanismi di funzionamento cerebrale; dall'altro, si dice che, in ogni modo, la loro efficacia non è comprovata, mentre gli effetti collaterali a distanza di tempo sarebbero severi. Insomma, in entrambi i casi ci si troverebbe di fronte a cure non etiche, innanzitutto perchè "cattive" e, in secondo luogo, perchè violentemente manipolative e non rispettose dell'autonomia e della dignità del paziente. Tuttavia per quanto riguarda l'ETC, l'assunto che esso non sia efficace o serva solo episodicamente non è condiviso da molti psichiatri, che ritengono, anzi, che questa diffusa credenza sia più il portato delle campagne ideologiche degli anni Settanta che il risultato di una serena disamina della letteratura scientifica.
Gli stessi presunti danni sulla memoria del paziente e la violenza della cura sono ritenuti elementi sorpassati, legati a somministrazioni errate ed in assenza di anestesia generale. Recentemente anche il Comitato Nazionale di Bioetica, pronunciandosi sulla terapia ETC, sostanzialmente non ravvisa nel suo uso alcun problema etico specifico quando, e solo se, ovviamente, esso sia giustificato dalla stato dell'arte delle conoscenze scientifiche.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina



Vedi anche: 
4. La psicochirurgia 
5. La piretoterapia
6. L'ergoterapia  
7. La contenzione 
8. L'avvento degli psicofarmaci 



Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia

lunedì 9 giugno 2014

L'ex asilo: ancora luogo di incontro e condivisione.



Ex asilo-monumentale. Grizzo, Montereale V.
Continua la collaborazione tra ‘La Selina’ ed il comune di Montereale Valcellina. L’amministrazione comunale ha messo a disposizione della nostra comunità una sala, presso l’ex asilo-monumentale. Uno spazio pubblico che continua, secondo la sua natura, ad essere aggregante ed educativo. Abbiamo a disposizione un calcetto, tavoli e giochi: un’ulteriore opportunità per stare assieme e conoscersi in modo diverso… riscoprendo anche talenti di quando eravamo più giovani! Questo spazio ci offrirà anche la possibilità di avviare nuovi laboratori, fare nuove conoscenze e rinsaldare quelle attuali.
Ringraziamo l'Amministrazione comunale di Montereale Valcellina ed in particolare l'assessore
alla cultura Maria Carla Santini per la disponibilità e collaborazione.

 Vedi anche:

domenica 25 maggio 2014

la lettura del giornale



Ogni giorno acquistiamo il quotidiano. Una volta alla settimana però ci ritagliamo del tempo per leggerlo e commentarlo assieme, generalmente al giovedì, generalmente in 6/7 di noi.
La cosa bella è che, tenendoci aggiornati su ciò che accade nel mondo, si crea un’occasione per confrontarci, trovare soluzioni alternative e, spesso a partire da una notizia, affiorano ricordi e paragoni con situazioni analoghe vissute nella nostra vita o quando eravamo bambini. C’è chi è più appassionato di politica, chi di gossip; ad altri piace leggere l’oroscopo.
Di tanto in tanto ci sono notizie che ci paiono bizzarre, ad esempio tempo fa abbiamo letto che in un comune della nostra provincia, avevano letteralmente ‘sparato’ del profumo per coprire gli odori sgradevoli degli inceneritori, la cosa ci ha fatto sorridere perché ci è sembrata una risposta che, per così dire, stendeva un velo profumato sul problema, ma questo si sarebbe ripresentato poco dopo. …chissà se avrà funzionato… non ne abbiamo saputo più nulla.
Ciclicamente si ripresentano le solite notizie, state a vedere: tra poche settimane ci saranno i consigli sull’alimentazione estiva… ricca di acqua e… povera di grassi!
Con una certa regolarità appaiono anche notizie relative ai problemi legati al fumo o alle nuove proposte del mercato, come la ‘sigaretta elettronica’… forse sarà meno dannosa ma noi preferiamo il buon vecchio tabacco!

Vedia anche:

Max Fassetta

domenica 18 maggio 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: La piretoterapia

Per lungo tempo si è creduto che i 'deliri' potessero essere contrastati con le crisi compulsive; ed ecco accanto all'elettroshock una terapia più 'naturale': l'iniezione della malaria...
Buona lettura!

 Julius Wagner-Jauregg 1857-1940

La piretoterapia è una terapia di shock (sull'uso delle convulsioni nella schizzofrenia vedi: L'elettroshock' ) che si basa sull’aumento artificiale della temperatura corporea che induce crisi convulsive con scosse tonico-cloniche.
Già Ippocrate, nel IV secolo a. C., rileva la favorevole influenza delle occasionali malattie febbrili intercorrenti sull'evoluzione delle malattie mentali e ritiene che l'azione benefica della febbre sia uno dei grandi mezzi di guarigione impiegati spontaneamente dalla natura. Tale opinione è stata condivisa da una interminabile schiera di medici dall'epoca ippocratica al secolo scorso, finché Nasse nel 1868 segnala per primo che la febbre malarica, come mezzo terapeutico per curare la cosiddetta "demenza paralitica progressiva" è da preferirsi a ogni altra malattia febbrile trasmissibile. Stimolato da queste acquisizioni, lo psichiatra austriaco Wagner von Juaregg nel 1887 inizia con scrupoloso metodo scientifico ad indurre uno stato febbrile in pazienti affetti da sifilide cerebrale terziaria, inoculando germi dell'erisipela, tubercolina, vaccini vari ed altro senza ottenere risultati soddisfacenti. Finalmente nel 1917, provando l'inoculazione della malaria terzana benigna (da plasmodium vivax, protozoo trasmesso dalla zanzara anofele), riesce ad ottenere dei risultati decisamente positivi. Wagner von Juaregg, avendo osservato come la malaria terzana benigna possa rappresentare un mezzo terapeutico rapido e poco pericoloso, in base ai risultati favorevoli ottenuti (guarigioni complete e durature), continuò con tenacia la sperimentazione specifica e, trattando oltre duemila casi, riuscì a dare un impulso formidabile a questo tipo di terapia, che in pochi anni si diffuse in tutto il mondo tanto da fargli conferire nel 1927 il premio Nobel. Questa terapia dal 1944 in poi è caduta progressivamente in disuso per l'avvento della penicillina, che si è subito mostrata particolarmente efficace contro il treponema pallido, l'agente specifico della sifilide. Tuttavia in casi resistenti l'iperpiressia, però indotta con sulfoidol o con particolari vaccini, si è continuata a praticare, al solo scopo di favorire il passaggio della penicillina attraverso la barriera ematoencefalica, con risultati sorprendenti.
L'inoculazione del parassita malarico veniva effettuato o tramite iniezione endovenosa di sangue prelevato da un soggetto malarico all'inizio di un accesso febbrile, oppure utilizzando zanzare anofele allevate in appositi laboratori. Queste zanzare, chiuse in gabbiette di tulle con armatura di filo metallico, erano messe a contatto della cute di un soggetto malarico. Dopo una trentina di giorni, a scopo terapeutico venivano poste in contatto con la cute del soggetto da malarizzare. La malaria era curata con terapia specifica dopo dieci-quindici accessi febbrili di 39/40°, dopo di che veniva bloccata con il Chinino. Solo successivamente gli accessi febbrili e conseguenti crisi convulsive, vennero provocati con mezzi più maneggevoli, quali sostanze proteiche e vaccini.
Le controindicazioni alla piretoterapia si limitavano alle gravi affezioni cardiache, renali ed epatiche, nonché agli stati cachettici di qualsiasi eziologia.

Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, USL Latina

Vedi anche: 

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia.

domenica 27 aprile 2014

Servizio civile alla Selina


Liana Mohanu 31 anni, ha vissuto assieme a noi l'esperienza del sevizio civile, ci racconta la sua esperienza.
Buona lettura! 


Quali erano le tue aspettative all'avvio di questa esperienza?

 Nel momento in cui ho presentato la domanda per lo svolgimento del Servizio Civile, nell'ambito del progetto “Ricominciamo da noi”, proposto dal Consorzio di Cooperative Leonardo, sapevo ben poco della storia del servizio civile nazionale e delle finalità che quest'ultimo perseguiva. La spinta principale della richiesta è stata la compatibilità del progetto con gli studi che avevo intrapreso e con le pregresse esperienze di tirocinio nell'ambito socio-sanitario: mi è sembrato che il progetto mi avrebbe potuto offrire la possibilità di coniugare la teoria con la prassi. Erano queste, le mie aspettative al momento dell'avvio di questa esperienza.

Le prime sensazioni…
Al riguardo mi viene in mente il primo giorno all'interno della comunità. Era la prima volta che mi approcciavo alla salute mentale e precedentemente non avevo nemmeno cercato di immaginare e/o capire a cosa poteva assomigliare o come poteva sembrare  una struttura che accoglieva persone affette da disturbi mentali. Devo dire che il primo impatto è stato emotivamente forte: non conoscevo gli ospiti, la loro quotidianità; ognuno era occupato nelle proprie attività giornaliere e questo rendeva difficile interagire e comunicare. Mi era difficile inserirmi, trovare delle opportunità di conoscenza e dialogo. Tant'è che che dopo il primo giorno mi sono assentata per i successivi due giorni: avevo bisogno di metabolizzare, di capire quella realtà, c'erano troppe domande e poche risposte. Ero indecisa sulla possibilità di proseguire e credo che già dall'esordio  avevo costruito un muro tra me e loro, muro che mi ero proposta di abbattere.

4 parole per descrivere la tua esperienza...

E' davvero difficile sintetizzare o fare un riassunto dei dodici mesi di servizio civile! Nel tentativo di fare un'analisi di questo periodo, le parole che mi vengono in mente sono:“cambiamento”, “trasformazione”, “miglioramento”, “arricchimento umano”.
1. “Cambiamento” perché  gli ospiti della comunità alloggio, in cui ho svolto  il servizio, mi hanno aiutato a capire quali sono i miei limiti e, a volte, come superarli.

2. “Trasformazione” perché il contatto con la realtà della salute mentale ha ribaltato e generato un nuovo ordine del mio sistema di valori e principi, con l'esito di rendermi più matura, più responsabile, più disponibile e più sensibile verso gli altri.
3. “Miglioramento” perché gli ospiti della comunità, oltre ad avermi insegnato a giocare a briscola e a bocce, mi hanno insegnato che, mediante un potenziamento della percezione  e della riflessività, ogni cosa può acquisire una pluralità di significati, che non esiste una verità assoluta, oggettiva, ma che esistono un numero infinito di verità.
4. “Arricchimento umano” perché, complessivamente, questa esperienza mi ha trasmesso il rispetto e l'apprezzamento della storia di vita di  ogni persona e mi ha reso consapevole del fatto che le storie di vita di ogni uno di noi sono cosi diverse e, nello stesso tempo, cosi simili. Storie fatte di fragilità, insicurezze, sofferenze, aspirazioni, passioni, emozioni, sentimenti,  progetti, sogni.  Il rispetto, la fiducia, il tempo, il riconoscimento e la valorizzazione dell'altro sono imprescindibili per poter accedere al bagaglio esperienziale di una persona e così costruire legami e relazioni positive.

Perché fare il servizio civile?
 Il Servizio Civile Nazionale rappresenta una delle poche opportunità di crescita personale e professionale che vengono offerte ai giovani e, visto il momento storico in cui viviamo, la sua salvaguardia è un dovere di tutti. Il suo valore aggiunto consiste nel formare cittadini più responsabili, più informati e, quindi, immaterialmente più ricchi.

Grazie Liana per i mesi trascorsi assieme a noi, torna presto a trovarci!

lunedì 21 aprile 2014

STORIA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA: L'elettroshock

Schizofrenia ed elettroshock: il percorso che portò Cerletti e Bini ad introdurre l'elettroshock nella pratica terapeutica.
Buona lettura!

L'ipotesi sulla quale è nato l'uso delle convulsioni come terapia della schizofrenia è il presunto antagonismo tra queste due condizioni morbose: l’epilessia e la schizofrenia, nonché il rilievo di una diminuzione dei sintomi schizofrenici dopo un eccesso epilettico. In una rara forma di epilessia, nel periodo tra le due crisi, si manifestano deliri allucinatori e i sintomi aggressivi e distruttivi della schizofrenia spariscono o si riducono nella fase convulsiva. Si credette, in poche parole, che le convulsioni impedissero, proteggessero e guarissero dal delirio, dalle allucinazioni, dalle crisi di violenza e da tutte quelle manifestazioni tipiche della schizofrenia. L'ipotesi terapeutica della cardiazolterapia, avanzata a Budapest da von Meduna, rappresentò per Cerletti un incoraggiamento nel tentativo rozzo (anche se storicamente comprensibile) di utilizzare le sperimentazioni di corrente elettrica all'interno di un contesto scientifico maggiormente definito, sperimentazioni che, fin dai primi del Novecento, erano state effettuate sull'animale e sporadicamente sull'uomo. Per quest'ultimo, risulta interessante ricordare la controversa applicazione della corrente elettrica nelle nevrosi da guerra, effettuata già durante il primo conflitto mondiale, che culminò nel 1920 con l'istituzione da parte del Parlamento austriaco di una Commissione d'inchiesta sull'operato di alcuni neuropsichiatri, tra cui lo stesso Wagner von Jauregg (Commissione di cui venne nominato perito anche Sigmund Freud). Comunque sia, il tentativo di Cerletti fu quello di ottenere gli stessi effetti terapeutico-
convulsivanti del Cardiazolo descritti da von Meduna, che erano però associati ad una ricca sequela di complicanze. Cerletti pensò ad un metodo alternativo che sostituisse la stimolazione chimica con quella elettrica.
Dopo lunghi anni di studio dell'epilessia indotta elettricamente sui cani, l'attenzione si polarizzò sugli effetti dello stimolo fisico sul maiale; infatti la comune corrente elettrica di strada veniva già applicata, presso il mattatoio di Roma, mediante speciali pinze ai due lati del capo del maiale che, a seguito di un'induzione di un accesso epilettico di tipo tonico-clonico, andava incontro ad uno stato di stordimento che facilitava lo sgozzamento. Cerletti e collaboratori osservarono che, se i maiali non venivano uccisi, uscivano pian piano dallo stato di stordimento.
Da questa constatazione partì lo studio dell'applicazione della corrente elettrica sull'uomo: "…i maiali non morivano…ma venivano soltanto storditi, cadendo in un accesso epilettico, dal quale si svegliavano se non venivano, per esigenze di macellazione, sgozzati prima del risveglio... Si osservò che vi era una differenza notevole fra il tempo di corrente necessario a scatenare un accesso (poche frazioni d secondo) e il tempo di corrente (60-150 secondi) necessaria per provocare la morte dell'animale; quindi i margini di sicurezza, per gli scopi prefissi erano abbastanza ampi".
A seguito di questo periodo di valutazione e ricerca delle adeguate caratteristiche tecniche dello stimolo fisico sul maiale (modalità di applicazione, tempo di esposizione, intensità di voltaggio ecc.), Cerletti affidò a Lucio Bini la realizzazione pratica di un'apparecchiatura che offrisse le necessarie garanzie per una sperimentazione sull'uomo.
Nell'aprile del 1938, Cerletti e Bini attuarono a Roma, presso la clinica Universitaria neurologica, la prima applicazione elettrica sull'uomo, dando così ufficiale comunicazione del metodo all'Accademia Medica di Roma, denominandolo appunto elettroshock, denominazione rimasta invariata negli anni tranne che durante il periodo fascista in cui l'autarchia semantica impose i termini di elettro-urto o elettro-squasso. Nello stesso anno tale pratica terapeutica si diffuse anche in Francia, Olanda, Inghilterra e Stati Uniti d’America per mano di Kalinowsky.
Esisteva una "giornata dell'elettroshock"- come esisteva una "giornata dell'insulinoterapia"- nella quale i pazienti che dovevano essere sottoposti al trattamento venivano posizionati, dagli infermieri, l'uno accanto all'altro, ognuno in attesa del loro turno. Col tempo la tecnica iniziale andò incontro a progressive modifiche, volte ad ottenere prevalentemente una diminuzione degli effetti collaterali ed un aumento dei presunti effetti terapeutici: modificazioni delle caratteristiche delle apparecchiature, protezione del malato anche con specifiche posture precauzionali, uso di premedicazioni fino alla narcosi barbiturica curarica e all'odierna anestesia. Lo scopo dell'affannosa ricerca di Cerletti fu quello di individuare, in era prefarmacologica, un percorso terapeutico che potesse alleviare le sofferenze della malattia mentale. L'elettroshock ne era strumento, ma primitivo, violento nonché privo di chiari fondamenti scientifici, come apparve ben evidente in quanto lo stesso Cerletti scriveva nel 1948:
"Lo dissi già fin dalla prima volta che io presentavo l'E.S., che mi auguravo che questo metodo aggressivo, violento, venisse al più presto abbandonato per metodi meno drastici, e sto lavorando attivamente in questo senso: sarò il primo a rallegrarmi quando l'E.S. non verrà più applicato."
Ed ancora, in occasione del Primo Congresso Internazionale di Psichiatria a Parigi, nel 1950:
"Questo non impedisce che malgrado tutte queste difficoltà, noi lavoriamo continuamente nella speranza di potervi dire un giorno: Signori, l'Elettroshock non si fa più. Noi abbiamo trovato le sostanze che si producono nel cervello a seguito dell'accesso epilettico e noi possiamo impiegarle nel trattamento di differenti malattie così semplicemente come si fa con altre sostanze farmacologiche".
Tra le varie conseguenze di questa “terapia”, oramai riconosciute da molti medici, furono riscontrati chiari danni irreversibili: perdita della memoria, danni cerebrali, difficoltà di apprendimento, difficoltà di orientamento temporo-spaziale. Le cellule nervose si disgregarono in grande quantità. Frequenti fratture ossee alla colonna vertebrale, arresti cardiaci, soffocamento da vomito, danni a carico dei tessuti. Certo, si cercò di ridurre questi fenomeni concomitanti attraverso la narcotizzazione e la combinazione con psicofarmaci, ma i danni fisici a volte furono fatali.
Nonostante la mancanza di adeguati e rigorosi studi scientifici, l'utilizzo dell'elettroshock fu ed è generalizzato e allargato alla quasi totalità dei disturbi psichiatrici: in particolare viene utilizzato in pazienti gravemente depressi, quando altre forme di terapia, come gli psicofarmaci o la psicoterapia, non sono efficaci e indicati come in casi di emergenza quando, ad esempio, vi è un elevato rischio di suicidio; pazienti che soffrono delle principali forme di mania (un disturbo dell'umore associato a comportamento iperattivo, irrazionale e distruttivo), alcune forme di schizofrenia, e qualche altro disturbo mentale e neurologico. L'elettroshock e' usato anche nel trattamento dei disturbi mentali nei pazienti anziani, le cui condizioni di salute possono sconsigliare un trattamento farmacologico.

Claudia Giovannelli, Infermiera presso il CSM di Aprilia, USL di Latina

vedi anche:

Indice:
Epoca pre-Basaglia -Tentativi terapeutici nella storia -L’elettoshock -La psicochirurgia -La piretoterapia malarica -L'Ergoterapia -La contenzione -L’avvento degli psicofarmaci -La questione etica in Psichiatria -Epoca post-Basaglia.